Abbigliamento intimo: il settore tiene, ma la cautela è d'obbligo

"Il mercato e la struttura distributiva dell’abbigliamento intimo" è il titolo del convegno organizzato ieri a Milano da Sistema Moda Italia, che ha puntato i riflettori su un settore che in Italia mostra segnali di sostanziale tenuta. Ma, come per tutti gli altri comparti del sistema moda, non cessa di squillare il campanello d’allarme.
L’industria si preoccupa per i cambiamenti repentini del mercato, a cui bisogna stare dietro con estrema puntualità ed elasticità. Il dettaglio specializzato, che rappresenta ancora il 44% circa della torta distributiva, lotta per sopravvivere all’avanzata della moderna distribuzione. Dicevamo tenuta: il bilancio del 2003, secondo i dati elaborati dall’associazione degli industriali, evidenzia per il settore dell’underwear femminile una perdita di fatturato inferiore a un punto percentuale, 0,7% per l’esattezza (per un totale di 1369 milioni di euro), che è la metà circa di quanto abbia perso per esempio l’abbigliamento esterno nello stesso esercizio.
Stabilità anche per l’export (+0,2%, per un valore di 682 milioni di euro), compensata da una lieve crescita del mercato interno, nell’ordine del 2,1%, per un totale di 2.112 milioni di euro. In aumento del 6,3% le importazioni, con un valore di 633 milioni di euro: i dettagli mostrano un’escalation dello Sri Lanka, che fa registrare una variazione rispetto al 2002 del +122,7%. La temutissima Cina avanza in valore del 16,3% ma, fa notare Giuseppe Schirone dell’Area Centro Studi SMI, quantitativamente l’incremento è stato dell’80-90% in un solo anno.
Per l’intimo maschile, che vale un terzo del femminile in termini di fatturato, gli affari sono andati peggio: la flessione produttiva è stata pari al 6,8%, soprattutto a causa del forte aumento delle importazioni (+14,8% per 345 milioni di euro). Stabile l’export, con un -0,8% per 264 milioni di euro. Infine, consumi in debole crescita in valore (+1,3% per una spesa di 976 milioni di euro) e in calo dell’1,2% in volume.
“Occorrono nuove strategie – ha detto Schirone al termine della lettura dei dati –. Ciò che è stato fatto finora è servito a mantenere le quote”. “Non dobbiamo lasciarci spaventare dal cambiamento – ha aggiunto Aldo Bordignon, patron di Liberti e presidente della sezione intimo di Smi –. Occorrono verifiche sulle proprie potenzialità e un’ottica di rilancio. Noi industriali dobbiamo anche tendere la mano al dettaglio, farci carico del sell-in come del sell-out”.
In effetti, sul fronte distributivo tradizionale sale la tensione, a fronte dell’avanzata delle catene che in Italia – secondo quanto ha riferito Marco Pisani, direttore di Linea Intima - negli ultimi 5 anni sono cresciute di oltre il 12%. Il trend delle chiusure degli indipendenti specializzati evidenzia, in effetti, una grande sofferenza: dal 2000 al 2003 – come ha fatto notare Fabio Savelli, direttore generale di ACNielsen Sita – sono state riconsegnate 2.025 licenze, per un totale sell-in di 155.244 milioni di euro. Solo nel 2003, sono state 336 le chiusure, per un sell-in di 26.197 milioni di euro.
m.b.
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