Anche il tessile-abbigliamento cinese perde colpi con la crisi globale

La Cina si riconferma leader indiscusso nelle esportazioni mondiali di tessile-abbigliamento, ma il calo globale dei consumi sta colpendo anche le aziende del settore che, per la prima volta in 10 anni, accusano una discesa nei profitti. Intanto l'Italia chiude il 2008 con un +27% dell'export verso questo Paese, che nel 2015 dovrebbe avvicinarsi a quota 1,4 miliardi di abitanti.
Come è emerso dal recente convegno organizzato da Smi e Intesa Sanpaolo, intitolato “Percorsi di internazionalizzazione dell'industria tessile e moda italiana” (vedi anche fashionmagazine.it del 16 febbraio), la manifattura tessile della Repubblica Popolare (concentrata nel sud-est, presso i distretti del Guangdong, Zhejiang, Jiangsu e Fujian) ha realizzato 15,3 miliardi di dollari di fatturato nei primi 11 mesi del 2008, con una flessione dell'1,77% rispetto allo stesso periodo del 2007. In più, come ha illustrato Cecilia Gilodi dell'area Centro Studi di Smi, le stime per il primo quarter del 2009 sono di un ulteriore -30%. Se si considerano soltanto le imprese di grandi dimensioni, la produzione stimata tra gennaio e febbraio è cresciuta del 16,55%, cioè 8 punti percentuali in meno rispetto allo stesso periodo un anno prima. Le imprese a tutt'oggi giudicate in buona salute ammontano a un terzo del totale: registrano il 98% dei ricavi di tutto il comparto e nel periodo gennaio-agosto hanno realizzato mediamente un +33% del fatturato. E se nel 2008 il tessile cinese ha segnato un +15,9% nelle esportazioni verso il resto del mondo, toccando un nuovo massimo consecutivo dal 2000, per la prima volta in nove anni l'export di abbigliamento è cresciuto a un tasso a cifra singola (+4% sul 2007).
Molte di queste aziende oggi hanno deciso di concentrarsi meno su mercati quali gli Usa e l'Europa, per conquistare i consumatori domestici. Anche il governo ha in progetto un piano per supportare i consumi interni di tessile-abbigliamento, in parallelo con la messa a punto di un pacchetto di stimoli per le aziende del settore, a partire dai prestiti agevolati. L'orientamento delle autorità è, inoltre, quello di portare alla chiusura gli impianti obsoleti, di eliminare quelli energy-intensive e inquinanti, nonché di riallocare la produzione dal sud-est verso aree più centrali e occidentali.
L'ipotesi di aziende più in linea con i canoni europei, della creazione di nuovi posti di lavoro e di provvedimenti per sviluppare i consumi, rende l'ex Celeste Impero sempre meno una minaccia e sempre più un'opportunità, come emerso al convegno. Sebbene i dati tra il 2000 e il 2006 rivelino che la spesa delle famiglie cinesi per il vestiario e la moda resta fissa intorno al 10%, confortano i numeri sull'interscambio commerciale Italia-Cina elaborati da Smi per l'intero 2008: le esportazioni di abbigliamento-moda made in Italy sono cresciute del 27,3% a 129,5 milioni di euro. Tra le voci spiccano i vestiti (in tessuto e pelle), che hanno segnato un +34,3%, la maglieria e la calzetteria con un +18,8%, come pure il tessile per la casa con un +38%.
e.f.
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