Aspettative dei consumatori e nuove normative al convegno Anci ad Arezzo

Si è tenuto sabato scorso al Teatro della Bicchieraia di Arezzo il Convegno annuale dell’Associazione Nazionale Calzaturifici Italiani (Anci). Duplice l’obiettivo dell’incontro: la presentazione di uno studio commissionato a B&A sulle aspettative dei consumatori nella scelta delle calzature e un dibattito sullo stato d’avanzamento delle normative comunitarie e internazionali a tutela del made in Italy.
I lavori del convegno si sono aperti con il filmato “I love Italian Shoes”, strumento della campagna pubblicitaria a livello mondiale lanciata dall’Anci a promozione del marchio di origine delle calzature italiane. “Abbiamo voluto capire quanto conta il made in Italy nella testa dei consumatori – ha esordito Rossano Soldini, presidente Anci – e soprattutto verificare quale sia la loro percezione rispetto al prodotto realmente realizzato in Italia”.
La prima parte della mattinata è stata così dedicata all’analisi dei risultati della ricerca “Gusti e comportamenti dei consumatori e la loro influenza sul ruolo del made in Italy” condotta da B&A e illustrata nell’occasione da Diana Goldschmied. “Dopo aver ascoltato il parere dei trend setter del settore – ha spiegato la Goldschmied - siamo passati ad un’osservazione partecipata del consumatore all’interno dei punti vendita, con focus group in Italia, Francia e Germania.” Le conclusioni dell’indagine descrivono un made in Italy apprezzato all’estero maggiormente per il contenuto di idee e design, piuttosto che per la qualità o eccellenza del prodotto; si tratta in ogni caso di un capitale di immagine e di valore che riveste ancora molta importanza, anche se talvolta il prezzo delle nostre calzature viene giudicato elevato.
Dallo studio scaturisce anche un’altra percezione, ossia che l’Italia “fa la moda, ma non detta più la moda”, mentre al tempo stesso si registra un po’ di confusione e ambiguità tra il made in Italy e le produzioni estere di fascia media. Quali i suggerimenti? “Riappropriarsi del ruolo di leadership e di apripista nel settore”, attraverso una comunicazione globale e unitaria (“mission univoca”) e con la promozione, soprattutto all’estero, di negozi multimarca, che secondo lo studio, appaiono dotati di maggiore attrattiva sul consumatore.
I risultati della ricerca hanno offerto più di uno spunto al dibattito tra addetti ai lavori, moderato dalla giornalista del TG5, Cesara Buonamici. Un invito a non demonizzare la situazione è giunto dal Marco Fortis, vicepresidente Fondazione Edison, il quale ha evidenziato come “ci attendano 4-5 anni in cui bisognerà lottare con i denti per reggere la concorrenza”. “Effettivamente stiamo giocando con competitor che sono dopati – ha aggiunto Maurizio Beretta, direttore generale Confindustria -, e il doping è di tre tipi: sociale, previdenziale e ambientale.” Sull’argomento si è registrata anche l’adesione dei sindacati che hanno ricordato la disparità di trattamento sindacale, ad esempio, dei lavoratori cinesi. “In Cina – ha segnalato Marcello Guardianelli della Femca-Cisl - il responsabile del personale, il funzionario di partito e il sindacalista sono un’unica persona”.
Si è parlato inoltre dell’importanza dei distretti industriali, che nel caso delle calzature contribuiscono all’80% dell’export di settore; a tale proposito, è in corso di completamento una normativa nazionale che darà una definizione giuridica di distretto industriale (attualmente in Italia se ne contano 199), misura che poi consentirà anche nuove formule di finanziamento quali l’emissione di “bond di distretto”. “I distretti non sono morti – ha commentato Sergio Ceccuzzi, presidente di Confindustria Toscana – ma vanno ripensati”.
Di rilievo l’intervento del viceministro con delega al commercio estero, Adolfo Urso, che ha ricordato i passi compiuti a livello comunitario e internazionale per la tutela del made in Italy, oltre alla dura campagna condotta dal Governo nei confronti della contraffazione, testimoniata dal fatto che in Italia nell’ultimo anno sia stato sequestrato il 30% del totale europeo delle merci “taroccate” (si ricorda che il marchio made in Italy, secondo la definizione dell’art. 24 del Codice Doganale, si riferisce ad un prodotto a lavorazione prevalentemente italiana). “Per il settore delle calzature in particolare - ha avvertito il responsabile del commercio estero - le prossime settimane sono davvero decisive. Ai primi del 2006, sono infatti attesi due importanti provvedimenti: una misura comunitaria antidumping che potrebbe durare 5 anni nei confronti di Cina e Vietnam (primo caso in ambito WTO) e un regolamento sull’etichettatura obbligatoria di origine per prodotti provenienti da paesi extra-UE”. Ciò potrà permettere al made in Italy di essere tutelato quantomeno nell’UE a 25, che per molti operatori rappresenta l’80% delle vendite.
Ma non finisce qui, in quanto il Governo italiano si impegnerà nelle trattative internazionali per favorire le facilitazioni al commercio, sia attraverso la riduzione dei dazi nei Paesi in cui sono più alti (non si pensi solo a Cina e India, ma anche a Stati Uniti e Giappone), sia nella rimozione delle cosiddette barriere non tariffarie. “Non basta tutelarsi in Italia e Europa, ma è necessario attaccare nei nuovi mercati e soprattutto riorganizzare la promozione - ha quindi concluso il presidente Soldini e, mostrando soddisfazione per l’operato delle istituzioni, ha aggiunto -. Non saprei, infatti, cosa altro chiedere al ministro Urso”.
g.g.
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