Chi finanzia l'innovazione nella moda? Le alternative a un convegno di Smi

La moda italiana, al 90% realizzata da Pmi, si trova a doversi destreggiare tra innovazione, internazionalizzazione e riposizionamento della propria produzione mentre diventa sempre più difficile accedere al credito. Ma la banca non è l'unico interlocutore possibile, come è emerso a un recente convegno organizzato a Milano da Sistema Moda Italia.
Forse non tutti sanno, infatti, che si può trovare un partner persino se si ha un progetto accattivante da proporre (in molti casi emerge dai centri di ricerca universitari) e l'azienda ancora non esiste. In questo caso ci si può rivolgere ai “business angel”. Si tratta, come ha spiegato uno di loro, Massimo Introzzi, di investitori non istituzionali che, con capitale proprio, diventano azionisti con responsabilità nella newco. “Non vanno intesi come surrogati della banca - ha tuttavia precisato Introzzi -. Vanno visti invece come soci che apportano proprie competenze, capacità gestionale e di sviluppo di strategie”. E moda e design, ha confermato, sono oggi tra i settori più sotto osservazione.
Il venture capital entra invece nell'impresa quando è in una fase più avanzata, rispetto alla sola idea. Nel portare la propria testimonianza, il noto venture capitalist Elserino Piol (tra gli investimenti di successo anche quello nel portale Yoox) ha sottolineato: “Nelle economie dove non è presente una rete efficiente di venture capital non c'è innovazione”. Ma l'innovazione - che parte dal momento creativo, prende forma attraverso il “creatore”, poi necessita di capitali per l'immissione sul mercato - va gestita come un sistema: un approccio, questo, secondo Piol scarsamente recepito dai più.
Tra i potenziali finanziatori della fashion industry vi sono anche i fondi di private equity come Investitori Associati, di recente entrati nel capitale della Alberto Aspesi e ancora prima impegnati nel rilancio di La Rinascente. Luca Liberali, a tal proposito ha spiegato che l'ingresso di un fondo per l'azienda rappresenta sempre un momento di discontinuità che porta a una fase di riflessione e di ripensamento delle strategie, per poi raggiungere la condivisione totale di un progetto con l'imprenditore. Gianluca Boni del fondo Wise, per scelta partner soprattutto di Pmi (non ultima la società di abbigliamento Boglioli) ha aggiunto che l'approccio di un fondo si differenzia soprattutto a seconda del tipo di cultura e del posizionamento e che il private equity tende a specializzarsi (nel caso della moda, per esempio, entra per gestire il passaggio generazionale o quando si svolta dal contoterzismo al lancio di un marchio proprio). Wise, nello specifico, non punta a sostituirsi all'imprenditore ma ad affiancarlo.
Tra le opzioni da valutare emerse al convegno di Smi, anche la finanza agevolata, il credito a medio-lungo termine erogato dagli istituti specializzati, ma anche soluzioni offerte da realtà distrettuali come la società Merchant di Filiera, che vede tra gli azionisti l'Unione Industriale Pratese, la Camera di Commercio di Prato e il Monte dei Paschi di Siena. La sua mission, che dà priorità al tessile-abbigliamento, non è solo quella di assistere gli imprenditori nell'accesso alle più svariate forme di credito. È anche quella di facilitare le operazioni di integrazione e fusione aziendale che tuttavia, come ha testimoniato il suo a.d., Pierangelo Bartolozzi, continuano a essere frenate dalla tipica mentalità individualista dell'imprenditore italiano.
e.f.
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