Conferenza Cotton Usa: sostenibilità e business, concetti compatibili?

Numerosi spunti sono emersi in occasione del convegno "Sustainability: a driver for business growth?", organizzato settimana scorsa a Budapest da Cotton Usa (marchio del cotone americano, che fa capo all'ente no profit Cotton Council International) per far luce su uno dei temi più attuali anche per il sistema tessile-abbigliamento-arredo: la sostenibilità.
Articolata in una serie di mini-tavole rotonde, la tre giorni (dal 4 al 6 novembre) ha coinvolto una settantina di partecipanti da tutto il mondo, tra cui un qualificato panel di relatori. Ad aprire i lavori è stato Hamish McRae, autorevole voce dell’Independent, che ha tracciato un quadro generale della situazione: crisi tuttora in atto, governi sempre più indebitati, globalizzazione irreversibile con un ruolo sempre più incisivo di India e Cina e nuove sfide all’orizzonte, compresa quella ambientale. Il consumo di petrolio e gas sale, ma la curva della produzione di queste materie prime potrebbe iniziare a declinare già a partire da un futuro molto vicino. “Abbiamo quasi finito le munizioni – ha concluso McRae – e ci resta poco tempo per correggere il tiro”. Investire sulla sostenibilità, dunque, non è più utopia, ma strategia: non a caso, a Budapest erano presenti tra gli altri i portavoce di big player come Li & Fung (multinazionale con sede a Hong Kong, che viaggia al ritmo di 35mila dipendenti), Vf Corporation (colosso dello sportswear), Tesco (retailer inglese che compete, a livello mondiale, con Wal-Mart e Carrefour), Ykk (leader nell’ambito delle cerniere e degli accessori tessili) e il tedesco Otto Group, il cui core business è la vendita per corrispondenza e online.
Un fatto è certo: il tema sostenibilità è “caldo”. Basti pensare che, come ha sottolineato James Wright (esperto di marketing presso Trimedia, attiva nel campo della comunicazione integrata), “se nel 2002 erano 4.017 gli articoli sul tema nei media anglofoni, nel 2008 questo numero è salito a 30.590. Per il 2009 non esistono ovviamente ancora dati definitivi, ma a oggi si parla di 40mila articoli”. Tuttavia, la strada per una filiera più “environmentally friendly” è piena di insidie: se si parla specificamente di cotone organico, per esempio, ai coltivatori serve molta manodopera, il che fa lievitare i costi. Inoltre, per debellare le erbe infestanti senza usare pesticidi si potrebbe profilare l’ipotesi di un “cotone organico ogm”, più forte grazie alle biotecnologie, ma forse difficile da accettare da parte del consumatore. Il quale peraltro, come ha detto Abi Rushton di Tesco, è capace di dimostrarsi meno evoluto di quanto si potrebbe pensare. “Abbiamo messo in vendita proposte in cotone organico e ‘regolare’ a un prezzo identico – ha affermato – e il sell out ha premiato le seconde”.
Analogamente, nel mondo dell’industria e della distribuzione “ci si trova davanti a una ‘sostenibile confusione’ – ha fatto notare Bruce Bergstrom di Li & Fung –. Mancano chiari quadri normativi e metodologici e spesso si riscontrano gap nelle competenze tecnico-operative a vari livelli”. “È difficile orientarsi tra codici etici differenti a seconda delle nazioni e dei partner commerciali - ha aggiunto Bart van der Vliet di Ykk Europe -. Non parliamo poi della pletora di certificazioni ambientali: quale scegliere?”. “La sostenibilità è sistema”, ha sentenziato Willie Beuth di 3P Institute for Sustainable Management, ma nell' "organismo" chiamato filiera non sempre tutto scorre in modo fluido: tra il monte e la valle la comunicazione spesso procede a singhiozzo e la sensibilità sulla trasparenza non è omogenea.
Ha fatto riflettere l'intervento di Ghassan Arab, alla guida della Multiline Textil GmbH, realtà verticalizzata che dà lavoro a 50mila persone, con quartier generale in Germania ma con impianti produttivi worldwide. “Attenzione a non cadere nell’idealismo – ha messo in guardia Arab -. Visto che le aziende occidentali delocalizzano per lo più nel Terzo Mondo, non devono dimenticare che al centro del progresso ci sono sempre le persone: se non percepiscono salari adeguati e se non investiamo sulla loro cultura (sia industriale, che generale), come si può pretendere che contribuiscano a un percorso globale di qualità, di cui la sostenibilità, la tracciabilità e la trasparenza sono elementi imprescindibili?”. Un approfondimento sul convegno sarà pubblicato sul numero 1728 di Fashion, datato 11 dicembre.
a.b.
stats