Conferenza Micam: la Cina? Un problema prioritario

La Cina resta uno dei problemi prioritari per il settore calzaturiero italiano, che si prepara alle quattro giornate del Micam, rassegna dedicata al prodotto di fascia medio-alta in programma dal 19 al 22 marzo, per l’ultima volta nei padiglioni di Fiera Milano (a settembre si trasferirà nel nuovo complesso di Rho-Pero).
1.415 gli espositori (+4% rispetto all’edizione precedente), di cui 382 (+23,6%) esteri, su una superficie totale di 54.981 metri quadrati netti. Nei primi 11 mesi del 2004 l’export italiano di scarpe è diminuito del 7,3% in quantità e del 3,4% in valore, pari a 261,4 milioni di paia (-20,6%) in meno vendute. Da segnalare, in particolare, l’arretramento registrato nel trimestre settembre/novembre giunto al -15% sia in volume sia in valore.
In dettaglio, le calzature in pelle sono diminuite del 7,9% in volume e del 4,6% in valore. Ma i dati che allarmano di più - come ha confermato il presidente dell’Associazione Rossano Soldini - sono quelli relativi alle importazioni, che hanno raggiunto un vero e proprio record, segnando un aumento del 16,9%.
Preoccupano i dati relativi al Far East (+29,4%) con la Cina che ha toccato quota +31%, alla Malaysia, con un + 218% “evidentemente legato - ha precisato Soldini - a triangolazioni da altri Paesi asiatici per aggirare le quote. Un fenomeno che si evidenzia anche nel dato import da Macao (+72%) dove, notoriamente, ci sono solo casinò e nemmeno l’ombra di aziende calzaturiere”, così come all’Indonesia (+27%) e all’India (+48%).
Ma la situazione congiunturale non è l’unico problema ad angustiare i calzaturieri che, comunque, fanno parte del sistema delle piccole e medie imprese del Paese, in grado di creare il 90% del pil italiano. L’attivo della bilancia commerciale del comparto, che appartiene al gruppo delle 4 A dei settori di eccellenza del Made in Italy in quanto forte di 3 milioni e 167 mila addetti, è di 4 miliardi di euro. Ma qualora la capacità di esportazione di uno di questi ambiti produttivi si riducesse, l’economia generale del nostro Paese potrebbe collassare. “Non temiamo di competere solo contro i bassi costi di manodopera - ha fatto presente Soldini -. Nulla possiamo, però, contro chi può vendere un prodotto al solo costo delle materie prime, poiché opera in situazioni di dumping sociale, ambientale e valutario”.
Le importazioni di calzature dalla Cina in Italia sono cresciute dell’81% in volume e nel 2004 hanno superato i 130 milioni di paia, pur esistendo delle quote. Irrisori, per contro, i volumi di export italiano verso la Cina: 282 mila paia nel 2003, 183 mila paia tra gennaio e novembre 2004 (-34% sullo stesso periodo 2003). “Se la Repubblica Popolare è veramente un’opportunità come ci viene detto - ha proseguito Soldini - non lo è certo per noi oggi, ma non lo è neppure per altri settori. Comunque, per verificarlo, dobbiamo essere vivi. Se il nostro export in Europa nei prossimi quattro anni continua a perdere il 10% annuo, potremmo arrivare a diminuire l’export di oltre un miliardo di euro". "L’opportunità cinese per pareggiare questa perdita, che rappresenta un terzo delle nostre attuali esportazioni - ha proseguito - si tradurrebbe in un tempo di non meno di 25 anni, ammesso che la loro richiesta aumentasse del 20% all’anno. Il problema Cina, dunque, resta per noi un’assoluta priorità”. Anche perché quello cinese portebbe diventare un polo di sviluppo affidabile per il settore calzaturiero già fra qualche decina d’anni.
Nel frattempo, per evitare la disintegrazione dell’apparato produttivo italiano, è necessario guardare con maggiore attenzione ai Paesi dell’Est europeo - dove oggi esportiamo per 28 miliardi di euro, contro i 3,8 verso la Repubblica Popolare - che offrono maggiori e certificate condizioni di accoglienza del Made in Italy.
Nel 2004 si sono persi nella filiera pelle oltre 8 mila posti di lavoro e hanno chiuso 860 aziende (fra pellettieri e calzaturieri). Resta quindi più che mai di vitale importanza salvaguardare i poli produttivi in Italia. “Occorre difendere il Made in Italy, quello realmente prodotto qui - ha concluso Soldini - e osteggiare concetti diversi da questo, che premiano realtà che hanno ‘traslocato’ e impoverito i livelli di occupazione e gli introiti per il Fisco, facendo passare per italiano ciò che italiano non è”.
Gli interventi a difesa del Made in Italy devono attivarsi sia a livello nazionale - con la lotta alla contraffazione e i controlli doganali sui venditori ambulanti, sulla promozione nel mondo della qualità dei prodotti MiI -, sia a livello comunitario, rivedendo la politica monetaria della BCE, che mantiene artificialmente alto il cambio euro/dollaro. Non solo. Bisogna lottare rendendo obbligatoria la stampigliatura di origine per i prodotti che entrano nell’UE e prendendo misure tempestive di difesa commerciale (dazi su precedure antidumping, come prevedono i regolamenti UE) a seguito dello smantellamento delle quote per l’import della Cina avvenuto lo scorso primo gennaio, che ha fatto crescere nei primi due mesi 2005 le licenze del 1.563%. "Più dumping di così..." ha commentato Soldini. Altri provvedimenti a sostegno del Made in Italy suggeriti dai calzaturieri potrebbero, infine, essere l’eliminazione dalla base imponibile dell’IRAP del costo del lavoro e misure fiscali che favoriscano le fusioni e le concentrazioni.
l.sc.
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