Conferenza Micam: la Cina, nemico numero uno

Resta la Cina il nemico numero uno per il settore calzaturiero italiano, che si accinge a vivere le quattro giornate del Micam, la più importante rassegna al mondo per la fascia medio-alta, in programma da sabato 18 a martedì 21 settembre presso i padiglioni di Fiera Milano.
1.397 gli espositori (+7,5% rispetto a un anno fa), di cui 341 esteri (+47,6%) su un totale di 54.889 metri quadrati netti.
“I risultati del primo semestre mettono in evidenza ancora contrazioni preoccupanti nella produzione e nelle esportazioni di calzature italiane - ha sottolineato oggi Rossano Soldini, presidente dell’Anci, l’associazione dei calzaturieri italiani -. Ma al di là dello stato negativo della domanda internazionale, esistono nodi e vincoli di tipo strutturale, riconducibili alla mancanza o insufficienza di regole del commercio mondiale e delle politiche commerciali realizzate in sede Ue”. “In particolare – ha proseguito Soldini – ci assillano la mancanza di obbligatorietà del marchio di origine per i prodotti extra-UE e l’assenza di una difesa puntuale ed efficace del ‘made in Italy’”.
Le pressioni di Anci, delle associazioni che rappresentano i maggiori settori del “made in Italy”, di Confindustria e della Confederazione Europea della Calzatura, con la collaborazione del ministro Marzano e del viceministro Urso, hanno “avuto l’effetto – ha ricordato il presidente di Anci - di sottoporre una proposta di regolamento in merito all’obbligatorietà del marchio di origine per i prodotti extra-Ue al Comitato 133 nelle prossime settimane, riducendo i tempi per l’adozione della norma”. Ma la battaglia condotta su questo terreno ha evidenziato l’esistenza di “forti e contrastanti interessi nell’ambito dell’Unione Europea, che hanno certamente rallentato l’iter dell’iniziativa”.
L’imprenditore ha sottolineato che il protocollo di accesso al Wto ratificato dalla Cina prevede un periodo di 12 anni durante il quale i Paesi membri del Wto hanno la possibilità, nel corso del processo di liberalizzazione verso i prodotti cinesi, di adottare misure di salvaguardia transitorie per difendere specifici settori dell’economia, che possano entrare in grave crisi a seguito dell’improvvisa apertura alla concorrenza cinese.
Tale strumento consente di difendere le imprese comunitarie grazie all’introduzione di dazi di salvaguardia e quote o ad altri tipi di soluzioni negoziate con la Cina, quali le restrizioni volontarie alle esportazioni. “Ci troviamo in una situazione paradossale - ha detto Soldini - perché non soltanto lo strumento di salvaguardia ha tempi e procedure che contrastano con l’applicazione di urgenza dello strumento, ma anche perché gli ostacoli che stiamo affrontando in sede europea per la sua approvazione rendono inefficace la procedura. In più si deve aggiungere che lo strumento di salvaguardia può essere applicato solo ai prodotti non sottoposti a quote: questo espone ulteriormente il nostro Paese a un rischio gravissimo”.
Dal primo gennaio 2005, infatti, gli accordi internazionali prevedono lo smantellamento delle ultime quote all’importazione dalla Cina che tuttora proteggono categorie di prodotto molto importanti per la “tipicità” italiana, come le scarpe con tomaio in pelle, sia che abbiano la suola in gomma sia in cuoio. Smantellamento che, peraltro, investe anche i prodotti tessili.
“La burocrazia dell’Unione Europea - ha concluso l’imprenditore - ci ha permesso di istruire un fascicolo solo sulle merceologie non protette da quote, poiché occorre dimostrare il danno arrecato alla produzione derivato dalle importazioni”. Anziché portare avanti un’azione prima di gennaio 2005 occorrerebbe, quindi, aspettare alcuni mesi per evidenziare un danno certo sui prodotti usciti dalle quote. “Un paradosso ridicolo, se non fosse per le migliaia di aziende e centinaia di migliaia di posti di lavoro che non possono aspettare i tempi della burocrazia europea”.
Intanto l’industria calzaturiera italiana ha chiuso il primo semestre 2004 con un calo della produzione in volume stimato intorno al 4,9% rispetto allo stesso periodo del 2003. L’export si conferma in caduta libera: -4,3% in quantità e -3,6% in valore nei primi 5 mesi del 2004. Le importazioni in Italia di scarpe fanno invece segnare un +21% in quantità, a fronte però di una riduzione pari al 2,6% del valore, per via della diminuzione intorno al 20% del prezzo medio.
m.d.p.
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