Export di maglieria cinese: atteso un +41% nel periodo 2001-2010

L’abbigliamento in maglia di provenienza cinese è destinato a invadere i mercati mondiali per un totale di 1,33 milioni di tonnellate nel 2010, come emerge dalle stime pubblicate dalla società di ricerche inglese Textiles Intelligence. Si tratta di un incremento del 41% se rapportato alle esportazioni del 2001. Per contrastare il fenomeno, consigliano gli esperti, bisogna puntare sull’high-tech di processo e di prodotto.
Come evidenzia il report pubblicato in questi giorni, i mercati di riferimento maggiori per la Cina saranno gli Stati Uniti e l’Unione europea. Nel primo caso le esportazioni dovrebbero crescere del 55% nel decennio, raggiungendo le 150 mila tonnellate. Quanto all’Europa unita, l’export è stimato in rialzo del 79% a 300 mila tonnellate. Con riferimento al Giappone, invece, Textiles Intelligence prevede un’attenuazione del fenomeno, dovuta al fatto che questo mercato presenta ormai scarse potenzialità di espansione (la Cina è già il maggiore fornitore del Paese per l’abbigliamento in maglia).
Come si spiegano queste previsioni? I ricercatori britannici fanno riferimento alla caduta delle quote alle importazioni a livello mondiale, attesa per il 2005 (vedi fashionmagazine.it del 9 e 23 maggio) e all’ondata di investimenti esteri nel Sol Levante, soprattutto da parte di società nipponiche e taiwanesi, che hanno delocalizzato la produzione di fibre e tessuti a causa degli alti costi della manodopera interni.
Per fare un confronto, basti pensare che in Giappone il costo medio del lavoro nel tessile viaggia su una tariffa oraria di 22,76 dollari l’ora (si tratta di uno dei più alti al mondo). In Cina si parla invece di 41 centesimi di dollaro orari. Molto competitive anche Tailandia, Indonesia e Vietnam, dove la manodopera costa rispettivamente 1,24 dollari, 0,50 dollari e 0,39 dollari l’ora: si tratta di nazioni destinate a diventare concorrenti della Cina, ma i ricercatori anticipano che non condizioneranno in modo significativo l’export del Paese nel periodo di riferimento.
Di riflesso, gli effetti della delocalizzazione nella knitting industry nipponica saranno di un calo produttivo nell’ordine del 27% per il 2010. Ma cosa succederà negli altri Paesi attivi nel comparto, che hanno già ridotto i margini ai limiti e non hanno spazio di manovra in termini di costo del lavoro? E soprattutto quali sono le strategie per tutelare e sviluppare le loro quote di mercato?
Textiles Intelligence propone, fra le alternative, di imitare il Giappone portando parte della produzione all’estero. Un’altra possibilità è quella di creare sinergie con le società specializzate nel settore man-made. Una terza ipotesi è quella di investire in nuove tecnologie produttive e prodotti ad alto contenuto tecnologico. Nel primo caso, si potrebbero acquisire vantaggi in termini di flessibilità, per esempio per gestire agevolmente piccoli ordinativi o produzioni “su misura”. Puntando a un output high-tech, invece, si potrebbero esplorare nuove opportunità a livello di mischie e design. Non va dimenticato, infatti, che il comparto si presta a produzioni per settori di nicchia, che vanno dall’industria automobilistica al settore medicale. Quello che consigliano i ricercatori, in sintesi, è fare il possibile affinché i tessuti e l’abbigliamento in maglia non vengano confinati nel settore delle commodity, cioè dei prodotti privi di diversificazione che consentono margini di profitto unitari molto bassi e solo su volumi elevati.
e.f.
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