Fashion in Cina: se ne è parlato in un convegno voluto dalla Fondazione Italia Cina

L’eccellenza del made in Italy ha un nuovo modo di proporsi al mercato cinese: è Eurostreet, centro commerciale recentemente inaugurato a Hangzhou. Se ne è parlato ieri in un convegno organizzato dalla Fondazione Italia Cina, che ha sostenuto e gestito il progetto. Tra gli intervenuti, nomi della moda italiana quali Alviero Martini e Carlalberto Corneliani, che hanno già messo le basi nella località turistica, a 200 chilometri da Shanghai.
In apertura dei lavori, avviati da Cesare Romiti (presidente della Fondazione Italia-Cina), Zhang Junfang (Ministro Consigliere Commerciale presso l’Ambasciata della Repubblica Popolare Cinese in Italia) ha confermato che il suo Paese sta intraprendendo una politica di apertura e ha citato le Pmi italiane come modello da studiare e a cui ispirarsi. Dal suo intervento è emerso, inoltre, che il Governo cinese è impegnato a colpire severamente il fenomeno della contraffazione.
Parlando della questione del tessile-abbigliamento, Alberto Bradanini (Ministro plenipotenziario, coordinatore del Comitato governativo Italia Cina) ha previsto il riproporsi di elementi di frattura in futuro e sempre meno possibilità di intervento, dal momento che le decisioni fondamentali vengono prese tenendo conto delle frontiere economiche (quelle dell’Ue e del Wto, per citarne due) e non più secondo le frontiere fisiche. L’autorità italiana ha invitato a puntare sulla qualità, un plus che la Cina apprezzerà sempre di più, in analogia con quanto avvenuto per il Giappone. “Una produzione non si vende come valore d’uso ma come simbolo”, ha spiegato. Bradanini ha poi annunciato che proprio in questi giorni nasce a Torino un centro di Alti studi sulla Cina, in collaborazione con la Fondazione Italia Cina, perché “prima di agire, occorre analizzare correttamente il mercato”. Secondo il Ministro, tuttavia, siamo già in ritardo per cogliere le opportunità delle Olimpiadi (nel 2008) e dell’Esposizione Universale di Shanghai (nel 2010).
Nella seconda parte del meeting, Carlalberto Corneliani, presidente del noto marchio di abbigliamento maschile, ha allertato sulle difficoltà che si possono incontrare nell’avvicinarsi al Celeste Impero, un mercato dove vanno valutati tutti i possibili ostacoli, "a partire dai dazi imposti, dalla poca trasparenza nelle procedure e dalla scarsa certezza del diritto". L’imprenditore ha inoltre consigliato di pianificare le strategie, consapevoli che i risultati non sono immediati, e di scegliere accuratamente il management: “Dovrebbe essere cinese nella costruzione delle relazioni e occidentale nel resto del proprio operato”.
Altro testimonial dell’esperienza Eurostreet è stato Silvano Lattanzi, produttore di calzature di alta gamma che, grazie al progetto portato avanti dalla fondazione, è riuscito a raggiungere il mercato cinese, pur senza i grandi numeri dei big del lusso. Alviero Martini, presente ad Hangzhou con l’omonimo marchio (oggi di proprietà della Final) ha parlato di “ipotetico” business in Cina: “Per diventare shopping victim occorrono anni di cultura”, ha spiegato. Secondo lo stilista, per difendere la qualità, gli imprenditori italiani devono mettere da parte ogni individualismo per un maggiore corporativismo.
Alberto Forchielli (presidente di Osservatorio Asia e a.d. di Data System) ha provocatoriamente sostenuto che prima o poi i cinesi si stancheranno di essere i terzisti del mondo e per restare al loro passo occorreranno ingenti capitali. Gli imprenditori dagli occhi a mandorla potrebbero inoltre arrivare a “cannibalizzare” alcuni marchi italiani. E se con la genialità la moda nazionale resta ancora ai vertici, secondo l’a.d. della società di software, non è così con l’innovazione, che necessita di cospicui investimenti e manodopera a basso costo. La Repubblica Popolare è già più avanti, inoltre, nella gestione della distribuzione: esistono ben 80 case di software con pacchetti specializzati per la moda. “Del resto, questo mercato conta 2 mila marchi e alle catene locali fanno capo, mediamente, più di mille negozi”, ha spiegato. “Se si tiene conto, poi, che la Cina utilizza propri tessuti, sta elevando la qualità e sta generando propri stilisti, non è così insensato pensare a un futuro in cui non esisterà più il dominio dei marchi occidentali”, ha concluso Forchielli.
Chiudendo il convegno, He Suifeng, responsabile del progetto Eurostreet, ha confermato che entrare in Cina non è facile, anche perché sta emergendo il fenomeno della concorrenza di altri marchi stranieri. A suo parere, meglio se ci si muove in gruppo: si può beneficiare del supporto del Governo, si ottengono migliori condizioni contrattuali ed è più facile realizzare delle partnership. Eurostreet, che ha debuttato a metà ottobre e conta fra i marchi anche Dolce & Gabbana, Armani, Zegna e Ferrari, permette di investire contemporaneamente sul marchio e sull’immagine, come ha spiegato He Suifeng. Non è un caso, inoltre, che il progetto sia partito proprio da Hangzhou: si tratta della prima città cinese apertasi a società del retail totalmente a capitale estero.
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