Giunta di Smi favorevole a norme su obbligo etichetta "made in Italy"

La giunta di Smi è favorevole a una normativa italiana che istituisca l'obbligo di un'etichettatura made in Italy (o anche di un eventuale sistema di tracciabilità) a partire da iniziative del parlamento italiano. Al presidente Tronconi il mandato per "intensificare" il confronto con il governo.
Con la collaborazione delle aziende industriali e artigiane della filiera tessile-abbigliamento-pelli-cuoio-calzature-occhiali, Smi punta infatti a condividere un piano d'azione a sostegno della competitività della filiera nazionale.
“Nel 2008 la sola industria del tessile e abbigliamento - ha ricordato Michele Tronconi - ha dato lavoro a oltre 500mila addetti, contro i 174mila del settore auto, e ha contribuito significativamente, con circa 10 miliardi di euro, all'attivo della bilancia commerciale, pur senza aver mai beneficiato di aiuti indispensabili per il mantenimento dell'integrità della filiera”.
Come emerge dalla carta stampata, il decreto legge n. 135 del 25 settembre 2009 ("Disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari e per l'esecuzione di sentenze della Corte di giustizia delle Comunità europee", pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 223 del 25 settembre 2009 e in vigore dal giorno successivo), ha dettato alcune disposizioni a tutela del fatto in Italia, abrogando il discusso articolo 17 comma 4 della legge 99/09, entrato in vigore a Ferragosto. Tra l'altro, il testo ha definito ciò che si deve intendere come “realizzato interamente in Italia” e quindi classificabile come made in Italy: si tratta di quel prodotto o merce per il quale il disegno, la progettazione, la lavorazione e il confezionamento sono compiuti esclusivamente sul territorio italiano.
Chiunque - si legge nel decreto - faccia uso di un'indicazione di vendita che presenti il prodotto come interamente realizzato in Italia, quale “100% made in Italy”, “100% Italia”, “tutto italiano”, in qualunque lingua espressa (o altra che sia idonea a generare nel consumatore la convinzione della realizzazione interamente in Italia del prodotto) viene punito, ferme restando le diverse sanzioni applicabili sulla base della normativa vigente, con le pene previste dall'articolo 517 del codice penale, aumentate di un terzo. Lo stesso discorso vale nel caso siano presenti segni o figure che possano trarre in inganno.
Per fare chiarezza in materia e auspicando una “coerenza con il più ampio quadro della normativa comunitaria”, Smi ha programmato per il 6 ottobre un incontro a Busto Arsizio che vede, tra gli altri, la partecipazione di Adolfo Urso, viceministro allo Sviluppo Economico con delega al Commercio Estero (vedi fashionmagazine.it del 25 settembre). All'appuntamento, come anticipa il Sole 24 Ore, faranno sentire la loro voce anche alcuni imprenditori tessili lombardi capitanati da Roberto Belloli - in polemica con l'associazione -, che chiedono la tracciabilità piena del made in Italy (vedi fashionmagazine.it del 16 luglio).
e.f.
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