Gli italiani secondo il Global Lifestyle Monitor di CCI: più parsimoniosi, ma attenti alla qualità

Attenti alla qualità ma (sempre più) anche al prezzo, disposti a sacrificare il fattore moda a favore della comodità: stili d'acquisto degli italiani analizzati dalla settima edizione del Global Lifestyle Monitor, che Cotton Council International (CCI) - ente no-profit che si occupa della diffusione e promozione dell'etichetta Cotton Usa - ha realizzato su un campione di 500 persone dai 15 ai 54 anni.
Presentata ieri a Milano, la ricerca (condotta per CCI da Ipsos) permette di seguire con costanza l'evoluzione del consumatore, avendo cadenza biennale e "fotografando", di conseguenza, i mutamenti in fatto di costume, gusti e tipologia di spesa. Dall'analisi sul 2012 si scopre, per esempio, che nel guardaroba dei nostri connazionali ci sono in media 10,2 maglioni, 6,7 paia di jeans, 9,8 magliette sportive, 6,1 abiti, 5,2 camicie eleganti, 5,9 gonne, 5,3 giacche/cappotti, 5,1 pantaloni casual e 4,2 sportivi, 4,7 pigiami, 4,2 pantaloncini e 17,7 capi di biancheria intima (oltre a 11,3 reggiseni e 15,9 paia di calzini). Si va alla ricerca di indumenti confortevoli e valori concreti: oltre il 90% degli interpellati dichiara di privilegiare fattori come la qualità, le prestazioni, la fibra e, non ultimo, il prezzo. A questo proposito va sottolineato il fatto che, se nel 2010 il 79% andava a caccia di saldi almeno qualche volta, ora questa percentuale è salita all'87%: colpa della crisi.
Oltre il 50% del panel presta particolare attenzione a finiture, rispetto per l'ambiente, colore, resistenza, stile e easy care, mentre una minoranza si focalizza sul marchio o sul testimonial famoso.
Qualche cambiamento si riscontra anche nella scelta dei luoghi d'acquisto: se nel 2010 il 37% comprava la maggior parte delle proposte di abbigliamento presso il dettaglio indipendente, ora si scende al 27%, soprattutto a favore delle catene, indicate in passato dal 2% e ora dal 14%. Il 26%, inoltre, opta per lo shopping online e c'è da scommettere che questo sarà uno dei canali in accelerazione nel prossimo futuro.
Nonostante sette italiani su dieci preferiscano cambiarsi d'abito frequentemente, "per ogni evento o occasione", si aspettano che ciò che indossano duri a lungo: sei anni per un capospalla, cinque e mezzo per un vestito, poco più di cinque per un paio di pantaloni classici e circa quattro e mezzo per i jeans. Del resto, il 35% fa coincidere il concetto di "buona qualità" con quello di "fibra resistente": è qui che entra in gioco il cotone, considerato sinonimo per eccellenza di naturalità, affidabilità e benessere. Anche in tempo di recessione, l'82% dei nostri connazionali afferma di sentirsi "infastidito" se, per esempio, in una camicia il cotone viene sostituito dai materiali man-made e più o meno accade la stessa cosa, con percentuali solo lievemente inferiori, per quanto riguarda T-shirt, jeans, abiti e pantaloni casual. Purché un capo sia "made in cotton", in molti o moltissimi sono disposti a pagare di più: il 73% per le camicie, il 75% per le T-shirt, il 75% per i jeans, il 65% per gli abiti e il 59% per i pantaloni casual. Questi dati assumono una valenza maggiore alla luce del fatto che il 65% ha speso meno per l'abbigliamento rispetto all'anno scorso, con un budget ridotto nel 60% dei casi.
a.b.
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