I retailer europei chiedono prodotti certificati "socialmente"

Presentata la prima ricerca su come la "social accountability" (responsabilità sociale) è percepita dai negozianti. Chiedono prodotti garantiti: il rispetto delle condizioni di lavoro sarà un vantaggio, anche se ancora non è un fattore d'acquisto. Lo studio, illustrato la scorsa settimana a Delft, splendida cittadina medievale a una decina di chilometri da Rotterdam, in Olanda, è stato realizzato, con il supporto della Commissione europea, dalla Aedt, l'associazione europea che raggruppa le organizzazioni nazionali dei dettaglianti del tessile-abbigliamento (in Italia il referente è Federazione Moda Italia). Nell'occasione, Aedt ha eletto presidente il bresciano Carlo Mazzoletti, già vicepresidente di Federazione Moda Italia.
L'analisi ha messo in luce per la prima volta come il problema del lavoro in condizioni di sfruttamento (soprattutto minorile e femminile nei Paesi del Terzo Mondo) sia vissuto dagli operatori della distribuzione. "E questo - ha sottolineato Mazzoletti - è forse il primo e principale risultato dell'iniziativa: aver posto l'attenzione su una problematica la cui rilevanza è destinata ad ampliarsi nei prossimi anni. E sulla quale oggi ancora non c'è sufficiente presa di coscienza". Considerazioni confermate dall'indagine, realizzata attraverso un questionario disponibile anche presso il sito dell'associazione (www.aedt.org ) cui hanno risposto circa 300 dettaglianti. In generale, infatti, le risposte hanno messo in luce come i fashion retailer siano convinti che occorra migliorare le condizioni della produzione da un punto di vista sociale, e che l'adozione generalizzata delle convenzioni Ilo (International labor organization) si dimostrerà un asset importante per il settore. Inoltre, i negozianti sono consapevoli di poter giocare un ruolo nell'imporre ai produttori la certificazione sociale della merce. Per contro, dalla ricerca emerge che i retailer non hanno in generale una approfondita conoscenza del concetto di social accountability. Per esempio, solo il 55,17% degli intervistati ha sentito parlare di codici di condotta sociali adottati, o adottabili dalle multinazionali al momento dell'acquisto di prodotti tessili, scarpe o abbigliamento. Meno del 30% ammette di avere un proprio codice di comportamento in proposito, e addirittura quasi il 40%, alla domanda se nel proprio negozio espone prodotti con etichetta di garanzia delle condizioni di lavorazione, risponde: "Forse, ma non lo so". Un altro aspetto negativo, probabilmente destinato a cambiare col tempo, è quello per cui solo il 18% dei negozianti ritiene che un'eventuale etichettatura di garanzia possa rivelarsi un importante criterio di acquisto. Un approfondimento sulla ricerca e sul convegno di Delft sarà presentato nel numero 1432 di "Fashion".
l.t.
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