Ieri a Milano il convegno di Fashion sulle nuove opportunità distributive nel mondo

Un pubblico di circa 170 "addetti ai lavori" è intervenuto ieri al convegno organizzato a Milano da Fashion sul tema "Il Made in Italy nel mondo: nuove opportunità distributive sui mercati strategici". Nella sala grande di Palazzo Mezzanotte, in piazza degli Affari, si è parlato delle nuove prospettive del retail in Cina, Russia, Usa e Libano, partendo da un’analisi del cambiamento dello scenario italiano.
Infatti, dopo l’apertura affidata a Titti Matteoni, direttore di Fashion, la parola è passata a Vittorio Giulini che, partendo dalla domanda “Esiste una tipicità italiana?”, si è soffermato sui plus che solo il nostro Paese ha nei confronti degli altri. “La nostra è una nazione diversa da tutte – ha osservato il presidente di Sistema Moda Italia – che deve preservare le proprie peculiarità ed ‘esportarle’ nelle proprie azioni indirizzate al resto del pianeta”. Giulini si riferisce in particolare alla cultura, alla storia, alla capacità di produrre ed esaltare il bello, ma anche a un modello industriale unico e fortissimo: quello della filiera del tessile-abbigliamento, che trova nei distretti il proprio fulcro.
“Nei centri storici delle città – ha proseguito Giulini – la moda ha portato socialità, sicurezza e forti valori estetici: si pensi a via della Spiga a Milano oppure a Madison Avenue a New York”.
La stessa formula che ha nobilitato e personalizzato queste aree può essere applicata, nel capoluogo lombardo, ad altri quartieri che, infatti, grazie alla moda si stanno risvegliando. “Si pensi – ha ricordato Giulini – al Ticinese, all’ex Ansaldo e alla parte di metropoli compresa fra Garibaldi, Repubblica e l’Isola”.
Ma l’intervento di armonizzazione positiva fra il fashion e il contesto che lo circonda non si deve fermare solo all’Italia: la nostra cultura, come ha ribadito il presidente di Smi, può vivificare altri quartieri strategici in altre parti del pianeta, persino nella grande Cina che, agli occhi di noi occidentali, appare come un contesto un po’ spersonalizzante e lontanissimo dalla nostra mentalità.
Infatti, proprio Smi - in collaborazione con la Camera di Commercio Italo-cinese e altri enti come l’Università La Sapienza di Roma - sta studiando da vicino alcune aree di Shanghai e di Pechino, attualmente degradate ma con notevoli potenzialità. “Zone che potrebbero rappresentare in futuro nuove mete dello shopping di qualità, con al centro il prodotto italiano, nel rispetto della loro fisionomia e delle caratteristiche storiche ed estetiche dei loro edifici”.
In rappresentanza della Camera di Commercio Italo-cinese, di cui è presidente, è intervenuto Mario Zanone Poma, che è anche presidente di Intesa Mediocredito. Zanone Poma ha tracciato il quadro di un Paese in cui, negli ultimi dieci anni, il Pil è raddoppiato al tasso del 7-8% l’anno, ma dove convivono anche forti contraddizioni a livello di reddito e stile di vita. “Si va dalla ricca Shanghai – ha affermato – alla zona Ovest, estremamente povera e arretrata”. In pratica, non esiste una sola Cina, ma quattro o cinque “Paesi nel Paese”. E anche a livello di scenari futuri, si è in bilico fra una prospettiva positiva che prevede una progressiva liberalizzazione di questa grande nazione nel rispetto delle regole della Wto, e una negativa che si concretizzerebbe in una chiusura verso il mondo esterno da parte della Repubblica Popolare. “Probabilmente l’ipotesi di sviluppo più probabile sta nel mezzo – ha sostenuto Zanone Poma -. Un fatto è certo: l’integrazione fra le culture italiana e cinese è possibile, nel rispetto delle reciproche differenze. Dobbiamo portare in Cina la nostra capacità di capire ed esaltare il bello”.
Intanto gli Stati Uniti si allenano a potenziare la loro capacità, quella di pensare in grande, come hanno dimostrato Stephen Congel e Richard Pietrafesa, partner della società DestiNy Usa, che hanno illustrato con dovizia di particolari la case history del progetto omonimo, DestiNy Usa per l’appunto: una vera e propria città dello shopping e del divertimento, che sarà pronta entro il 2008 e che sorgerà a Syracuse, nello stato di New York. Un progetto mastodontico dal quale nascerà “la più grande resort destination nel mondo”, come hanno puntualizzato i due relatori.
Su una superficie di 323,7 ettari troveranno posto due campi da golf, un centro congressi di 335.000 metri quadrati, uno stadio da 40.000 posti, 81 ettari di parco racchiuso da una struttura in vetro, 60.000 camere d’albergo, 850 tra negozi, ristoranti, luoghi culturali e d’intrattenimento, 14 ettari di attività acquatiche al coperto, la riproduzione di un paese medioevale toscano. Un’iniziativa destinata a conseguire notevoli consensi grazie alla posizione strategica della “cittadella”, vicina a località turistiche di primo piano e facilmente raggiungibile da città come New York, Toronto, Boston, Montreal, Washington, Chicago. Un’opportunità da cogliere per le aziende italiane, hanno sottolineato i due relatori statunitensi, considerando anche il costo zero per chi aderisce al progetto, reso possibile dai finanziamenti governativi.
La seconda parte del convegno è iniziata con un close-up sulla Russia, grazie all’intervento di Mikhail Kusnirovitch, presidente di Bosco di Ciliegi Group of Companies, il retailer russo che a febbraio ha acquisito la maggioranza di Gum, il grande magazzino che dal 1893 si affaccia sulla Piazza Rossa.
Il manager ha illustrato un ambizioso progetto di revisione dell’attuale struttura del Gum – per la prima volta gestito da privati esperti del settore distributivo – che partendo da “passi semplici ma molto visibili”, come li ha definiti lo stesso Kusnirovich, porti a relizzare un centro di attrazione per i consumatori finali, unico nel suo genere, in un mercato animato da una forte accelerazione.
Con 70 mila metri quadrati di superficie e 20 milioni di visitatori l’anno, il maggiore department store della Russia ambisce ad alzare il livello qualitativo dell’offerta in tutti e quattro i lati, nelle altrettante gallerie e nei tre piani che lo contraddistinguono. Si tratta di un’opportunità in più per i protagonisti del made in Italy (il progetto dovrebbe essere ultimato per il 2009), non indifferenti agli sviluppi socio-economici di un Paese che, tanto per citare un dato statistico, vede ben 26 russi (dai 17 di un anno prima) fare parte della classifica dei 587 “Paperon de Paperoni” stilata dal settimanale Forbes su base mondiale. Intanto Louis Vuitton si prepara a debuttare in luglio nella capitale con uno spazio di 3.300 metri quadrati: lo seguiranno le griffe italiane Moschino, Iceberg e Corneliani.
Infine, una voce dal Medio Oriente: Tony Salame ha infatti concluso gli interventi in programma raccontando l’avventura imprenditoriale che, dall’apertura del primo negozio a Beirut nel 1989, lo ha portato alla costituzione di un gruppo di società sotto la guida della holding Tony Salame Group e che ha permesso “di rimettere la città, attraverso la catena Aïshti, sulla mappa del lusso”. Sono rispettivamente datati 2001 e 2003 i due specialty store di 6.000 metri quadrati costruiti in rue Moutran (la futura via Montenapoleone) e a nord della città, che – ha spiegato Salame - offrono il meglio del prêt-à-porter internazionale con etichette come Gucci, Fendi, Missoni, Cavalli, Blumarine, Dolce & Gabbana e Prada. Partnership con brand al top di gamma instaurata anche per l’opening di quattro monomarca (Gucci, Celine, Cartier e Zegna in rue Abdel Malek). In dicembre è stata invece la volta dello store più innovativo, Aïzone, con collezioni giovani e di tendenza. Un report completo sul convegno sarà pubblicato il 28 maggio nello speciale di Fashion sulla “Nuova distribuzione”.
a.b.
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