Il fatturato 2008 della fashion industry italiana crescerà solo dello 0,5%

I Fashion Economic Trends della Camera Nazionale della Moda ritoccano al ribasso, +0,5%, le previsioni per il fatturato 2008 della fashion industry italiana, intesa come tessile, vestiario, pelle, pelletteria e calzature.
Il fatturato previsto per il prossimo anno si fermerebbe quindi a 69.643 milioni di euro. Le cause di questo rallentamento, chiarisce la nota economica, “non sono imputabili a fattori interni al settore, ma a un quadro macroeconomico sfavorevole, che vede i consumi rallentare e contrarsi in Europa e negli Usa”. La preoccupante novità degli ultimi mesi è che “anche le dinamiche economie asiatiche – riporta il comunicato - cominciano a risentire del clima recessivo prevalente in occidente”.
A essere penalizzati sono soprattutto i settori a monte della filiera, che nei primi mesi del 2008 hanno registrato una contrazione del fatturato del 5% mentre i comparti a valle dimostrano maggiore dinamismo, mantenendo il turnover in leggera crescita (+2%). A pesare è stata soprattutto la debolezza del dollaro: il recupero della valuta americana sull’euro iniziato nella seconda metà dell’anno non è preso in considerazione dall’analisi redatta lo scorso giugno che tuttavia esamina la possibilità di una stabilizzazione, poi arrivata, probabilmente però “troppo tardi per avere effetti significativi per il consuntivo 2008 dell’industria della moda”.
Globalmente le vendite all’estero, stando al preconsuntivo della Camera, dovrebbero incrementarsi dell’1,6% a 42.769 milioni di euro. Scendendo nel dettaglio si osserva che nei primi mesi dell’anno in corso l’export dei segmenti a valle cresce del 5% mentre cala del 2,5% per quelli a monte: la tenuta della parte della filiera più vicina ai consumatori finali è dovuta alle buone performance nel primo trimestre dell’anno delle vendite in Russia (terzo mercato per l’abbigliamento con un aumento del 28% e quinto per calzature e pelletteria, in aumento del 37%), in Cina e a Hong Kong (+34% per il vestiario, mentre non brilla la filiera pelle) e negli altri Paesi del Far East (+34% nell’abbigliamento in Corea del sud) e del Middle East (gli Emirati Arabi, in particolare, fanno registrare un +88% alla voce vestiario e un +34% per quel che riguarda scarpe, borse e dintorni).
È interessante osservare che nell’anno della completa liberalizzazione delle importazioni dalla Cina, nei primi tre mesi del 2008 il colosso asiatico è salito al settimo posto nella classifica dei Paesi clienti della moda made in Italy, superando sbocchi storicamente importanti come il Regno Unito e il Giappone: questo grazie al fatto che nel periodo considerato si è confermata la tendenza che vede le nostre vendite in Cina crescere di più in termini percentuali di quanto non facciano le esportazioni cinesi nel nostro territorio.
Il quadro macroeconomico permane però sfavorevole e non sembrano delinearsi all’orizzonte inversioni di tendenza che possano far sperare in un recupero nella seconda metà dell’anno: stando all’analisi della Camera, “la debolezza dei consumi tenderà piuttosto ad accentuarsi, anche in seguito al riemergere di un problema inflazione (effettiva e percepita)”.
La fiacchezza del mercato interno ha provocato nel primo trimestre una frenata anche delle importazioni: nelle previsioni per il 2008 dei Fashion Economic Trends l’import sale solo del 2% a 25.719 milioni di euro. Grazie a questo rallentamento si prevede che il saldo sarà positivo per 17.049 milioni di euro, in crescita quindi rispetto ai 16.885 del 2007.
c.mo.
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