Incontri: la moda eco-etica alla Leopolda

Ieri a Firenze una giornata per parlare di etica nella moda, ma soprattutto un’occasione per riflettere sui punti di forza del made in Italy e sulle debolezze del sistema. Un incontro promosso dal Centro di Firenze per la Moda Italiana, che ha riunito alla Stazione Leopolda sociologi, economisti, imprenditori del settore e amministratori pubblici, con un fitto programma di interventi coordinati da Bruno Vespa.
Dopo il saluto di Silvano Gori, assessore alle attività produttive e turismo del Comune di Firenze, Ambrogio Brenna, che insieme al presidente del Centro, - Alfredo Canessa, recentemente scomparso -, è stato l’ideatore e il promotore dell’incontro, ha aperto i lavori. “Dobbiamo cercare nuovi orizzonti per lo sviluppo, individuando elementi di coesione all’interno della società - ha detto l’assessore alle attività produttive della Regione Toscana -. Parlando di moda, dobbiamo analizzare il sistema da vicino e stabilire uno spartiacque tra momenti fecondi e non, per creare fertilizzazioni che possano tradursi in nuovi impulsi all’innovazione”.
Le norme più severe in fatto di ambiente e di responsabilità che attualmente esistono in Italia e in Europa possono tradursi in opportunità per quelle aziende che già si rivolgono a un consumatore educato. “Non voglio parlare di modelli, - dice Brenna - ma nella nostra Regione esistono numerosi esempi di sperimentazione di idee di sostenibilità e responsabilità sociale che applicano le normative e non mortificano la creatività”.
Giuseppe De Rita, da osservatore dei cambiamenti sociali, si dichiara un po’ scettico nei confronti “di terminologie che arrivano e poi spariscono”, come appunto eco-etica, e lancia una provocazione: “La moda non provoca i cambiamenti, ma segue i processi sociali: segna i tempi, non li precede”. Affrontando il tema della crisi il segretario generale del Censis ne attribuisce le cause “all’occidentalizzazione del mondo, un processo storico che ha esaltato tre elementi: la competitività, la necessità di apparire e quindi il valore dell’estetica e di conseguenza l’affermarsi del lusso. Se il percorso di occidentalizzazione è arrivato al culmine - perché due miliardi e mezzo di cinesi e indiani lo freneranno -, anche la moda subirà questo processo”.
Una concezione del vivere “più matura” è il consiglio del sociologo e per l’impresa il guardare alla realtà “stando sul pezzo”, guidati dalla capacità e dalla pazienza quotidiana, senza avere la paura della diversità. Perché, incalza De Rita “siamo tutti troppo uguali: nel mondo post-occidentale la tendenza è alla poltiglia, alla mucillaggine. Anche la moda è mimetismo: la vera etica è la differenza“.
Marco Ricchetti, di Hermes Lab, considera la moda di per sé sinonimo di spreco, dato che un abito viene accantonato solo perché non è più attuale, e quindi è il contrario dell’eco-sostenibilità. “I cicli economici non influenzano solo le quantità, ma anche le tipologie dei prodotti che si acquistano“ precisa l’economista e invita a valutare il fenomeno della fast-fashion, che da sola muove il 5-6% del fatturato del settore.
Francesco Morace pensa al futuro: sostiene che è superato parlare sia di occidentalizzazione sia di fast-fashion. “Se portiamo avanti visioni di neopauperismo non guardiamo ai problemi reali: non è certo da otto mesi che questo modello è saltato - ribadisce il sociologo -. I giovani oggi sono profondamente cambiati, per loro bisogna inventare qualcosa di diverso, nuovi valori, nuove condizioni di vita”. La domanda che si pone il presidente di Future Concept Lab è quanto ci vorrà per creare un nuova idea di bellezza, un modello vincente del gusto con un respiro globale: non basta tornare nelle nostre fabbriche e continuare a fare bene quello che già sappiamo fare.
Le testimonianze di imprenditori come Brunello Cucinelli, Riccardo Grassi di Studio Zeta, Emilio Carbonera, direttore marketing e licensing di Ferragamo, Andrea Panconesi di LuisaviaRoma sono all’insegna del bello e della qualità: valori che il made in Italy racchiude e trasmette al consumatore di tutto il mondo.
Da una prospettiva globale a una più locale: nel pomeriggio gli interventi ruotano attorno al concetto della salvaguardia del distretto, condizio sine qua non per il mantenimento dell’integrità della filiera. Si parla di impatto ambientale (Giampiero Maracchi, climatologo), della protezione del made in Italy (Ermete Realacci, ambientalista), del valore della eco-sostenibilità (Carlo Sorrentino, economista), ma soprattutto di grandi preoccupazioni come quella derivante dall’invasione cinese a Prato (Riccardo Marini, Edoardo Nesi) e dalla continua moria di piccole aziende a Biella (Luciano Donatelli), dell’urgenza di varare nuovi provvedimenti in difesa della qualità (un esempio: il consorzio centopercento italiano, illustrato da Andrea Calistri) e dell’impegno assunto da Smi Sistema Moda Italia (Michele Tronconi) affinché le imprese italiane adottino l’etichetta “made in”.
t.m.
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