Italia e Cina fondano un centro servizi per risolvere agevolmente le contese commerciali

Risolvere le controversie commerciali fra operatori italiani e cinesi oggi è più facile. Da un’intesa fra la Camera di Commercio Italo Cinese (Ccic) e il China Council for the Promotion of International Trade (Ccpit) nasce, infatti, il Centro di Conciliazione commerciale italo-cinese. L’iniziativa è stata presentata ieri a Milano, nel corso della Convention 2005 promossa dalla stessa Ccic, nel corso della quale è intervenuto, fra gli altri, Paolo Zegna, presidente di Smi-Ati.
Si tratta del primo centro di servizi in Europa nel suo genere (il quinto nel mondo), che fa seguito a un accordo di cooperazione siglato nel dicembre dello scorso anno, non solo dall’associazione milanese Ccic e dall’organismo pechinese Ccpit, ma anche dalla Camera Arbitrale Nazionale e Internazionale di Milano, che diverrà la sede italiana del servizio di conciliazione (l’omologa nella Repubblica Popolare è a Pechino). L’obiettivo? Quello di facilitare la risoluzione di contenziosi commerciali nati nell’ambito di relazioni economiche fra Italia e Cina, secondo una procedura alternativa al ricorso al giudice, che prevede l’intervento di una terza persona, neutrale e qualificata (il conciliatore preposto dall’apposita Camera). “Deriva da un’iniziativa volontaria delle parti ed è basata sui principi di buona fede e non inganno - ha spiegato il presidente del Centro di Conciliazione, Gabriele Crespi Reghizzi -. Ha il vantaggio, inoltre, di svolgersi in tempi brevi, di presentare bassi costi, di essere riservata e sempre reversibile”. “I presupposti partono dalla volontà di realizzare un dialogo aperto e costruttivo su ogni vertenza”, ha commentato Mario Zanone Poma, presidente della Ccic, annunciando che il Centro di conciliazione è già attivo e conta attualmente 15 conciliatori (esperti appartenenti a settori diversi, nominati dalla parte italiana e da quella cinese) in Italia.
Giudicando la formula adatta anche alle Pmi che operano in Cina, Adolfo Urso ha ricordato come ai tempi dell’ingresso della Cina nel Wto si guardasse a questo Paese quasi con sufficienza ma anche con benevolenza, poi degenerata in chiusura. “Oggi avverto nelle imprese italiane la voglia di passare a una terza fase, quella in cui la Cina è vista come partner con cui interagire e cogliere le reciproche opportunità”, ha aggiunto il vice ministro alle Attività Produttive. Ricordando i recenti accordi bilaterali sul tessile tra la Repubblica Popolare, l’Ue e gli Usa, Urso ha poi sostenuto il principio che, preso atto che debba esservi concorrenza tra le parti, la stessa dovrà necessariamente agire entro regole internazionali.
Anche Paolo Zegna, presidente della Federazione Smi-Ati, ha preso atto che nell’ultimo anno i rapporti con il grande Paese sono migliorati e che “non possono che migliorare ulteriormente”. “Le due filiere troveranno ognuna un proprio spazio in futuro – ha affermato –. Certo è che si devono ancora conoscere. Proponiamo quindi di ‘studiarci’ a vicenda, per potere trovare punti d’intesa dai quali potranno scaturire importanti occasioni per entrambe le parti”.
A margine della convention annuale della Ccic, Dong Jinyi, ambasciatore della Cina, ha dichiarato a fashionmagazine.it di condividere le dichiarazioni di Zegna e ha rimarcato la volontà di cooperare, al fine di realizzare una forma di concorrenza pacifica e mirata allo sviluppo comune. A proposito della questione tessile, Dong Jinyi ha definito “un passo indietro, non condiviso da tutto il mondo” e “un periodo transitorio in vista della normalizzazione dei commerci mondiali”, la reintroduzione delle quote.
e.f.
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