J Brand: con il nuovo ready-to-wear è pronta a diventare una fashion label

Nel futuro di J Brand c'è il passaggio da jeans brand a fashion brand: l'esordio con il ready-to-wear femminile a cura di Donald Oliver è eloquente. E poi sarà la volta del menswear e dell'ampliamento a nuove merceologie, accessori, profumi, eccetera.
Jeff Rudes, ceo e fondatore del marchio californiano da 150 milioni di dollari, ha le idee chiare sul prodotto. E intanto mette a punto un concept per gli shop in shop, sulla base dell'immagine della showroom newyorkese in via di restyling, che esordirà in alcuni department store clienti.
"Il nostro ready-to-wear è una collezione pulita e sofisticata, con un'ottima vestibilità e realizzato con tessuti italiani e giapponesi - spiega Rudes a fashionmagazine.it -. Prodotta in Asia, la linea si colloca su un target elevato. Per intenderci, una giacca costa dagli 800 ai 2mila euro sell out. Al momento è distribuita presso 70 store a livello globale, di cui 45 in Europa e 20 nella sola Italia". Si tratta di un progetto studiato e meditato con attenzione, frutto di sei anni di sperimentazione, e ogni cosa viene fatta con meticolosità e senza fretta. "Con il menswear esordiremo fra due anni e, anche con gli accessori, procederemo step by step - chiarisce Rudes -. Intanto dalla prossima stagione crescerà il numero di negozi, 140 in totale".
A oggi il denim di J Brand è venduto in tutto il mondo a eccezione del Brasile e del Sudamerica, (dove Rudes progetta di approdare) presso un network di 2mila store a livello mondiale, di cui 800 in Europa e 180 in Italia. In Cina al momento è presente ma in maniera limitata anche perché si tratta di un mercato che richiede un approccio particolare, per una realtà che ha una distribuzione solo tramite multimarca. L'export a oggi è del 35% ma l'obiettivo è arrivare al 50% nell'arco dei prossimi due anni. Nel 2012 salirà anche il giro di affari, previsto in progress del 20-25%. "Ogni anno evolviamo in maniera incredibile", commenta Rudes, che conferma il ritorno a Pitti Uomo di giugno, dopo l'esordio all'edizione dello scorso gennaio. L'Italia, d'altra parte, è un mercato molto importante per la griffe, che qui realizza il 10% del giro di affari. Proprio come in Gran Bretagna, altro Paese di riferimento nel Vecchio Continente.
c.me.
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