La Cina non vuole le sanzioni sulle scarpe

La Cina protesta sulle sanzioni proposte dall’Ue e impone dazi ai produttori stranieri. Anche in Europa c’è chi "rema contro": la Federation of the european sporting goods industry (Fesi) teme che le misure antidumping arrivino a danneggiare anche i consumatori.
Come riportato da Il Sole 24 Ore, il ministero del commercio di Pechino ritiene che il progetto europeo di imporre dazi antidumping sulle importazioni di scarpe cinesi sia “ingiusto e privo di legittimità” (vedi fashionmagazine.it del 24 febbraio). La Repubblica Popolare, secondo quanto emerge dal quotidiano finanziario, non brilla tuttavia per l’apertura ai mercati stranieri, tanto meno al made in Italy, anche se i dazi applicati stanno tendenzialmente diminuendo e, in alcuni casi, si sono azzerati (attualmente oscillano tra il 10 e il 24% per le scarpe e seguono il principio che più pregiato è il bene, più alto è il dazio).
Quanto alla Fesi – rappresentativa dell’industria europea del settore “sporting goods”, che è in grado di realizzare un giro d’affari di 40 miliardi di euro e occupa 643 mila addetti - nei giorni scorsi ha manifestato il proprio dissenso in merito all’imposizione di dazi antidmping, convinta che a subirne le conseguenze saranno l’industria europea del footwear e i consumatori comunitari. Peter Mandelson, commissario al Commercio Ue, ha infatti invitato i retailer e gli iportatori ad “assorbire” i dazi stessi, il che si tradurrà, come spiegano dalla federazione, in un ricarico nei prezzi applicati al cliente finale.
A supporto delle proprie previsioni, Fesi ha riportato alcuni dati emersi da un recente studio del Ministero dell’economia danese in merito all’impatto dei provvedimenti antidumping sul comparto calzaturiero: genereranno perdite annuali per 295 milioni di euro (somma degli effetti negativi su consumatori e aziende del footwear che delocalizzano in Cina e Vietnam). I “vantaggi” sono stati invece stimati attorno a 37 milioni di euro.
e.f.
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