La filiera europea del lino-canapa punta al rilancio

59esima edizione, venerdì scorso a Como, per il congresso internazionale della Celc-Confederazione europea del lino e della canapa, che riunisce i protagonisti di questi settori (una decina di filature e oltre 200 tessiture), oltre a concedere al Centro Lino Italiano (ex Centro Tutela Lino) e ai suoi associati l'utilizzo del marchio "Masters of linen".
Attualmente la produzione di lino europeo rappresenta solo un terzo di quella mondiale: infatti la Cina, anche grazie ai recenti investimenti del governo, produce gli altri tre quarti. “Ma la filiera di qualità resta da noi”, ha detto durante l'incontro comasco Giancarlo Messaggi, presidente del Centro Lino Italiano, che ha ribadito l’importanza dei trasformatori dei 14 Paesi del Vecchio Continente, impegnati sui versanti della specializzazione e dell’innovazione.
Anche se dal 2003 al 2007 i consumi mondiali di lino sono saliti del 60%, i primi mesi del 2008 fanno temere una contrazione della produzione di questa fibra naturale, che si prevede nell'ordine del 15-20%. “Si attende una ripresa del comparto solo nel 2010, anche grazie al dinamismo di nuovi mercati come Russia, India e Brasile”, ha confermato Messaggi, che riveste anche il ruolo di presidente del Linificio e Canapificio Nazionale.
Non bisogna dimenticare il ruolo fondamentale dell’Italia, che trasforma il 50% del lino prodotto in Europa - e che è coltivato soprattutto in Francia (80% del totale), Belgio (16%) e Olanda (4%) - con un utilizzo completo della pianta, di cui nulla va sprecato.
“La Celc – ha sottolineato il presidente Frédéric Douchy - insiste sull’importanza di promuovere questo materiale intrinsecamente 'bio' (sul quale i principali trasformatori europei hanno affinato sofisticate tecniche di lavorazione) con azioni di sostegno per l’innovazione e la comunicazione dei suoi 10 mila aderenti”.
Ma il manifatturiero europeo in questo momento ha bisogno di interventi urgenti. Michele Tronconi, presidente di Euratex e vicepresidente vicario di Smi-Ati, si è soffermato sulla necessità di una efficace politica industriale (con meno vincoli e regole) e commerciale da parte dei governi europei, “la maggior parte dei quali purtroppo considera il tessile-abbigliamento un ’fossile’ senza futuro, visto l’andamento delle trattative della Wto, che ha già chiuso il dossier non agricolo con il risultato che il tessile-abbigliamento non avrà accesso facile ai Paesi emergenti”. Secondo Tronconi, “in questo periodo di crisi è necessario ripartire dalle economie reali e dal saper fare dell’industria". "Se i governi reagiscono salvaguardando la liquidità - ha concluso - devono anche sostenere ciò che c’è di buono come le imprese, per restituire una maggiore convenienza al produrre nelle fabbriche e ridare così fiato all’economia”.
m.f.
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