La manifestazione "Moda Italia" in Giappone: il polso di un mercato ambivalente

Lascia oggi l’hotel Okura di Tokyo per spostarsi, da domani, all’Hilton di Osaka, la rassegna Moda Italia, organizzata dall’Ice e dedicata alla presentazione delle collezioni autunno-inverno 2006/2007.
Partita il 16 gennaio, la manifestazione - che vede presenti 120 espositori provenienti da tutte le parti d’Italia - propone un ampio ventaglio di offerta fra abbigliamento donna, uomo e bimbo, abbigliamento in pelle e maglieria, accessori. Aziende già presenti su questo mercato o debuttanti, che hanno attratto solo a Tokyo oltre mille ditte, fra importatori, grossisti e dettaglianti, e che si sono dichiarate soddisfatte senza comunque nascondersi le difficoltà che in questo momento, in qualunque Paese.
La grande incognita ha soprattutto un nome: Cina. Anche in Giappone, il colosso asiatico ha conquistato le prime posizioni in quasi tutte le voci delle esportazioni di moda, abbigliamento compreso. La lotta fra Italia e Repubblica Popolare è palesemente impari, dati gli indubbi vantaggi dei prezzi offerti dai cinesi da confrontare con un made in Italy che in Giappone arriva a costare, al consumatore, cinque volte il prezzo di partenza.
"Il mercato giapponse è polarizzato - ha affermato Roberto Pelo, direttore Ice di Tokyo nella conferenza stampa di apertura della rassegna, l'altro ieri -. C’è una fascia al top presidiata dai grandi brand internazionali e una medio-bassa, dove la competizione è altissima”. “La tendenza del sistema distributivo giapponese - ha precisato - non va verso l’allargamento e l’internazionalizzazione”.
In sostanza, una nazione che importa l’8% del suo Pil potrebbe fare tre volte tanto. Ma in questo momento è lontana dal volersi aprire, come ci si attenderebbe dalla seconda economia del pianeta. Del resto, il Pil non ha mostrato performance eclatanti negli ultimi anni. E anche se i segnali di una ripresa ci sono, resta il fatto che oggi ancora si specula sulla tenuta dello yen.
Insomma, ci sono ragioni per non essere proprio tranquilli, nonostante nel Paese del Sol Levante continuino a nascere nuove grandi boutique, firmate da stilisti italiani e internazionali. Lo sforzo delle aziende, in particolare di quelle di medie dimensioni, si indirizza a mantenere alto l’interesse verso un prodotto italiano (che non sappiamo ancora per quanto tempo potrà chiamarsi made in Italy) in modo da continuare a esportare. In quest’ottica si inserisce il progetto di raggruppare in un’unica sede espositiva, nel prossimo futuro, produttori italiani, francesi, spagnoli e inglesi.
Le trattative in questo senso sono in fase avanzata fra Ice e gli organi corrispettivi di questi Paesi. L’unione dovrebbe fare la forza. Almeno si spera.
l.se.
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