La moda maschile italiana: la produzione recupera terreno, ma restano zone d'ombra

Il peggio sembra essere passato per la moda maschile italiana: dopo la flessione superiore al 6% registrata nel biennio 2002/2003, a consuntivo del 2004 la produzione di abbigliamento esterno uomo mostra timidi segnali di ripresa. Ma alcuni settori nel settore, come la moda in pelle, la maglieria e la camiceria, sono ancora sotto torchio soprattutto sul versante export.
Secondo i dati diffusi da Sistema Moda Italia su statistiche AcNielsen Sita e Istat, l'attività settoriale chiuderà il 2004 in leggera ascesa, a quota 7,36 miliardi di euro, con un incremento dello 0,6% rispetto all'anno precedente.
Sia le vendite estere, sia i consumi, hanno infatti ottenuto un segno positivo e l'avanzamento delle importazioni, per lo meno in valore, non è stato troppo invasivo (+3,7%, contro un export cresciuto dell'1,8%.Nel periodo gennaio-agosto 2004, a proposito di esportazioni, la maglieria ha accusato un cedimento del 2,3% in confronto con l'analogo periodo 2003. Bene invece il vestiario (+1,6%) e le cravatte (+0,5%). Soffrono nicchie come il leatherwear e la camiceria.
Fra i mercati di sbocco significativi per la moda maschile italiana, i più ricettivi sono Spagna (+7,8%) e Grecia (+6,8%). Praticamente stabile la Francia e in forte contrazione Germania (-14,6%) e Regno Unito (-5,2%). Gli Usa arretrano del 5,7%, ma se si misurassero le esportazioni in dollari, nei primi otto mesi del 2004 si registrerebbe un +5%. Nella prima parte dello scorso anno il Giappone ha accusato il colpo di un -10% e, fuori dall'Europa, l'unico territorio in reale espansione è stata la Russia, con un +30,8%. "Occorre tuttavia puntualizzare - affermano da Smi - che questi dati complessivamente negativi risentono dei risultati molto penalizzanti dei primi due mesi del 2004, seguiti da significativi recuperi tendenziali".
Sul fronte dei flussi in entrata e sempre con riferimento al gennaio-agosto dello scorso anno, la Cina (come prevedibile) ha fatto la parte del leone con un +19,8% in valore, arrivando a rappresentare circa il 17% delle importazioni totali e addirittura il 31,4% per quanto concerne i quantitativi.
Ne hanno risentito Paesi come la Romania (tradizionale primo fornitore del mercato domestico), in regressione dell'11%. In soli cinque anni, dal 1999 al 2003, la quota del nostro mercato coperta da prodotti importati è passata dal 43,7 al 56,9%: questo per dare l'idea dell'aggressività del "resto del mondo" (o meglio, dell'extra Europa) verso il nostro territorio.
Può consolarci, però, il fatto che il gradimento del consumatore straniero verso il made in Italy è riscontrabile nella crescita dal 57,3% al 65,8% della quota di produzione esportata sempre negli ultimi cinque anni.
Alla voce consumi interni, la spesa complessiva per l'abbigliamento maschile è aumentata nei primi otto mesi del 2004 a un ritmo inferiore all'1%, con esiti particolarmente deludenti per il vestiario in tessuto (+0,5%) e le proposte in pelle (-1,4%). I modelli per il junior e le cravatte hanno invece totalizzato rispettivamente un +1,7% e un +1,8%.
"Le indicazioni preliminari sull'andamento del sell-in per la prossima stagione estiva 2005 - concludono gli esperti di Smi - segnalano una nuova flessione per il vestiario esterno e ulteriori difficoltà per la maglieria. Al di là dei timidi segnali di recupero degli ultimi mesi, è probabile che l'appuntamento con una ripresa vera e propria debba essere ulteriormente rimandato".
a.b.
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