Legge sul made in Italy: cresce il dibattito

A pochi giorni dall'approvazione da parte della Camera del disegno di legge Reguzzoni-Versace sulla regolamentazione dell'etichettatura "made in Italy" relativa a tessile, abbigliamento e articoli in pelle non mancano le polemiche da parte di alcuni imprenditori. Questo provvedimento tutela davvero le aziende del nostro Paese? Non tutti ne sono convinti.
Tra gli scettici spicca il nome di Luciano Barbera, industriale biellese, che per primo ha avanzato numerosi dubbi in un'intervista al quotidiano La Stampa. "Si tratta di una legge ambigua - dichiara -. Così non si difende il nostro lavoro. Tutto questo è sconfortante". Le perplessità di Barbera sorgono analizzando il paragrafo 4 dell'articolo 1, che recita: "L'impiego dell'indicazione 'made in Italy' è permesso esclusivamente per prodotti finiti per i quali le fasi di lavorazione hanno avuto luogo prevalentemente nel territorio nazionale". "Lo stesso punto dice anche che almeno due fasi di lavorazione devono essere eseguite in Italia", precisa Barbera, che intravede pericolosi trabocchetti dietro quel "prevalentemente", senza contare l'accenno alle "due fasi di lavorazione".
Dalla Toscana, Maurizio Bonas (presidente del Comitato di eccellenza per la difesa e la tutela del made in Italy) rincara la dose in una lettera aperta al presidente Napolitano. "Il testo - afferma senza mezzi termini - è a dir poco devastante per tutti coloro che hanno aziende nella Penisola e realizzano all'interno del Paese i propri articoli". Bonas delinea uno scenario nel quale chi fa produrre i propri capi oltreconfine potrà ottenere, con svariate scuse e giustificazioni, il permesso di fregiarsi del "made in Italy". "Sarebbe bastato copiare gli americani" aggiunge Barbera. Negli Usa, infatti, un conto è la label "made in the Usa" e un altro quella che riporta "assembled in the Usa". Sempre sulle pagine de La Stampa, uno dei firmatari della legge, Marco Reguzzoni, getta acqua sul fuoco. "Ricordiamoci che proprio il primo articolo prevede la tracciabilità obbligatoria - spiega -. Finalmente avremo chiarezza: se una T-shirt verrà fatta con tessuto indiano, cucita in Turchia, completata con bottoni cinesi e solo stirata e imbustata in Italia, non troveremo mai più l'etichetta made in Italy". Ma il dibattito resta aperto: si attendono sviluppi, in attesa che la legge passi al vaglio delle autorità europee.
a.b.
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