L’export moda nazionale torna a crescere, ma l'Italia perde quote sui mercati internazionali

A fronte di uno scenario macroeconomico in lieve miglioramento, la situazione della moda italiana continua a essere piuttosto critica, anche se le esportazioni sono tornate a crescere: una sintesi della relazione di Gregorio De Felice, chief economist di Banca Intesa, al convegno organizzato da Pambianco in collaborazione con l’istituto di credito, giunto quest’anno alla sua decima edizione.
Nel 2006 l’economia mondiale crescerà a ritmi analoghi a quelli del 2005: il rallentamento negli Usa (dovuto a una politica monetaria meno accomodante e all’effetto delle recenti catastrofi naturali) dovrebbe, infatti, essere compensato da un’accelerazione in Asia e da una lieve ripresa dell’area euro, dove ci si attende una crescita del Pil attorno all’1,8% (contro una media stimata dell’1,3% per il 2005) e quindi un moderato risveglio dei consumi. Le elevate quotazioni del petrolio, poi, garantiranno buone prospettive di aumento dei redditi e dei consumi nei Paesi produttori, Russia in primis.
La crescita del Pil italiano dovrebbe attestarsi nel 2006 attorno al +1,4%: un cambio più favorevole e una domanda globale più vivace dovrebbero assicurare una moderata ripresa dell’export, mentre la stabilità nel ritmo di espansione del reddito consentirà un incremento dei consumi delle famiglie in linea con l’andamento del 2005. Da leggere positivamente per il fashion-system, inoltre, la riduzione della divaricazione tra consumi di beni durevoli e non durevoli.
Nel terzo trimestre di quest’anno le esportazioni di moda italiana sono tornate a crescere del 4%, anche se è troppo presto per capire se sono gli effetti della risintonizzazione delle aziende rispetto al mercato o se si tratta di una semplice reazione all'indebolimento dell'euro. La situazione del sistema moda italiano, tuttavia, pur a fronte di questi segnali di ripresa, permane critica, in parte per fattori congiunturali (euro forte, debolezza dell’economia europea), in parte per elementi strutturali, quali lo spostamento della produzione mondiale verso Paesi a basso costo della manodopera. Pur rimanendo una delle voci attive della bilancia commerciale, nelle esportazioni, la moda è stata superata dalla meccanica. Il fashion system italiano, inoltre, continua di fatto a perdere quote sui mercati internazionali dove si fanno invece largo i Paesi in via di sviluppo, innanzitutto la Cina. Un altro dato su cui riflettere è l’incremento delle importazioni, anche se va detto che i nostri industriali hanno un controllo significativo e crescente di questi flussi: l’incremento dell’import, quindi, non è stato solamente subito, in quanto le aziende nazionali hanno imparato a delocalizzare e sfruttare le politiche di outsourcing.
De Felice ha infine sottolineato come il sistema-moda nel suo complesso si stia rafforzando attraverso lo sviluppo di aziende più strutturate. Le società di capitali sono aumentate del 6%, a fronte di un calo del 9% del totale delle imprese. Aumenta, infatti, il divario tra le realtà che hanno saputo trovare le giuste strategie per fare business nel nuovo panorama competitivo e quelle che non sono ancora state in grado di attuarle. Non a caso, tra il 2002 e il 2004 un quarto delle aziende moda ha registrato una crescita del fatturato superiore all'11% mentre un altro quarto ha patito una perdita di ricavi superiore al 16%.
Una ricerca che Banca Intesa ha realizzato su un campione di circa 300 Pmi evidenzia come i fattori vincenti delle aziende di successo sono innovazione tecnologica e di prodotto, politiche di brand e una buona dotazione Ict. L'internazionalizzazione produttiva rappresenta, invece, l’elemento base per stare sul mercato: chi non delocalizza spesso è in difficoltà, ma questa scelta da sola non basta per garantire il successo di un’azienda.
c.mo.
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