Milano Moda Donna: la destroy-couture di Jil Sander

Tagli al vivo, strappi, patch sfilacciati su reti nude look e irregolari applicazioni di brandelli di tessuti, parzialmente avvolti su se stessi e lasciati penzolare su basi in tinta o a contrasto. Con questi sperimentali espedienti stilistici Raf Simons ha coraggiosamente ripensato il futuro prossimo di Jil Sander.
Con impensabile furore iconoclasta, la griffe ha esaltato il nitore di materiali luminosi e la verticalità di costruzioni definite con architettonico gusto new minimal. Una virata dalle chiare velleità avanguardiste, quella intrapresa per la primavera/estate 2010 dal designer di questo brand, che ha messo in campo un serbatoio di idee interessanti nell’audace fiction di una sfilata resa simile a una performance artistica.
Particolare anche la scenografia creata da Simons nella sede milanese della maison, dove l’incedere severo e un po’ inquietante delle modelle - issate su sadiche scarpe dai tacchi impossibili - è stato accompagnato da immagini di cantieri e promiscui accoppiamenti soft-core, proiettate su un apposito groviglio di display.
In tanta sperimentazione, che sembra non curarsi della vendibilità, non sono mancate però le proposte destinate alle consumatrici che non amano gli azzardi, come le giacche longuette con gli ampi scolli arrotondati e i tailleur pantalone che giocano sull’abbinamento di superfici trasparenti e coprenti. Un discorso a parte meritano le misogine calzature col plateau in legno scolpito e i ferrosi tacchi effetto traliccio, che sembrano uscite dal sogno (o dall’incubo?) di un carpentiere.
r.m.
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