Moda maschile italiana: prospettive ancora incerte per il 2004

Diffusi oggi, alla vigilia di Pitti Immagine Uomo, i dati relativi al menswear nel nostro Paese nel 2003 e nei primi mesi del 2004, elaborati dall’Area Centro Studi di Sistema Moda Italia insieme ad AcNielsen Sita e Istat. Visto che la raccolta ordini per l’autunno-inverno 2004/2005 ha subito una contrazione dell’1,1% e che nel primo trimestre dell’anno anche l’estero non ha mostrato segni di ripresa, la cautela è d’obbligo.
Gli ordini relativi alla prossima stagione fredda sono rallentati, rispetto all’analogo periodo 2003, soprattutto nell’ambito dei prodotti in pelle (-7,3%). Meno grave l’arretramento, pari all’1%, del vestiario esterno in tessuto e della camiceria. “I dati sul commercio oltrefrontiera per il periodo gennaio-marzo 2004 – spiegano da Sistema Moda Italia – segnalano peraltro cali tendenziali complessivi intorno al 10%”.
Le speranze sono affidate al parziale rientro del tasso di cambio dell’euro verso il dollaro e le divise asiatiche, che comunque non arrecherà benefici tangibili prima del 2005. Il primo bimestre 2004, per quanto riguarda i consumi interni, non è stato però del tutto sconfortante: infatti, le rilevazioni di AcNielsen Sita sul sell out evidenziano una sostanziale stabilità e addirittura leggeri recuperi sui versanti camiceria (+0,9%) e maglieria (+0,2%). Indietreggiano, invece, dello 0,6% le cravatte.
In sintesi, la situazione è di transizione: non resta che sperare nell’evoluzione del gusto di alcune fasce particolarmente ricettive alla moda, come i giovani, che dopo anni di dominio assoluto del casual/basic sembrano riscoprire il fascino di capi relativamente classici, come la giacca e i completi.
Tuttavia, non bisogna dimenticare che nel 2003 il capospalla tradizionale è rimasto al palo, realizzando consumi inferiori del 30% rispetto ai livelli che caratterizzavano la fine degli anni Novanta.
I risultati dello scorso anno, parlando di menswear italiano in generale, sono come prevedibile negativi e ancora più pesanti, se si pensa che dal 2001 a oggi il fatturato complessivo del settore ha perso il 7%: il valore della produzione, pari a 7,3 miliardi di euro, ha incassato un –3,5% in confronto con il 2002, mentre le esportazioni sono passate dagli oltre 5 miliardi di due anni fa agli attuali 4,8 miliardi, con un –5%. Stagnanti i consumi finali interni (-0,3%) e in lieve flessione l’import (anch’esso con un –0,3%). Il saldo commerciale ha oltrepassato gli 1,5 miliardi, contro gli oltre 1,7 del 2002 e gli oltre 2 miliardi del 2001.
All’estero si sono fatte sentire le défaillance su mercati strategici come gli Usa (-11%) e la Germania (-19%): paradossalmente, il dato sugli States non è drammatico come sembra, perché deve tenere conto del caro euro. Più grave il “problema” tedesco, una nazione dove le famiglie spendono sempre meno in abbigliamento e la concorrenza sul segmento medio-basso è spietata, vista l’invasione di merce proveniente dai Paesi emergenti. In impasse anche il Regno Unito, dove le nostre esportazioni al maschile hanno segnato un –17,3% in valore, soprattutto a causa dell’aggressività dei competitor asiatici. Le uniche note confortanti arrivano dalla Francia, un’area in cui le vendite del menswear italiano sono avanzate di 6 punti percentuali, e la Spagna con un +7,5%.
Nel 2003 il tessile-abbigliamento nella sua globalità ha dovuto stringere i denti (vedi anche fashionmagazine.it del 20 maggio): le varie voci sono tutte contraddistinte da segni meno, a partire dal fatturato (-6%, pari a oltre 43 miliardi di euro contro i quasi 48 del 2001 e i quasi 46 del 2002, con cedimenti in particolare a monte della filiera) e dalle esportazioni (-5,9%), per arrivare ai consumi di abbigliamento (-1,6% a prezzi costanti). Piuttosto stabile l’import, con un –0,5%. “La fase più acuta della crisi – assicurano da Smi – dovrebbe essere superata”. Ma non si può tralasciare che, per ritrovare un periodo recessivo altrettanto lungo, occorre risalire ai primi anni Novanta.
a.b.
stats