Moda maschile: predomina ancora l'incertezza

Nonostante non manchino segnali favorevoli, provenienti da mercati importanti (in primis Francia e Stati Uniti), per la moda maschile italiana non è ancora il momento di abbassare la guardia: dopo un 2009 al rallentatore, il 2010 non lascia intravedere i presupposti per una vera svolta nelle esportazioni, mentre nel primo bimestre il sell out del vestiario esterno in Italia si mantiene stabile in valore.
Analizzando le cifre chiave dello scorso anno, le stime di Smi su dati Istat e Sita Ricerche, integrate da indagini interne, indicano un calo del fatturato settoriale dell'11,3% sul 2008: il turnover passa quindi da 9,1 a 8 miliardi di euro, con una brusca frenata dell'export (-16,5%, pari a 4,1 miliardi), ma anche dell'import (-7,7%, a quota 3,2 miliardi), che vede in pole position la Cina.
A penalizzare il flusso commerciale del made in Italy oltrefrontiera è stato soprattutto il brusco cedimento in area extra Ue (con una media del -21,3%), con perdite particolarmente accentuate in Usa (-20,8%), Russia (-31,7%) e Giappone (-17,2%). La stessa Svizzera, piattaforma logistico-commerciale per la successiva riesportazione, evidenzia una flessione del 23,2%. Nell'Unione Europea l'arretramento si ferma a un -12,3%, con un -5,7% relativamente alla Francia e un -8,3% in Germania. Al palo la Spagna (-20,8%), non molto meglio i Paesi Bassi (-16,4%). Il saldo commerciale resta attivo per 989 milioni di euro, benché fortemente ridimensionato se paragonato al 2008, quando si aggirava sugli 1,5 miliardi. Il valore della produzione (variabile che rileva l'attività produttiva italiana, al netto della commercializzazione degli articoli importati) non si sottrae al generale andamento a ritroso e incassa un -12,6%.
A subire le bordate della crisi sono soprattutto le cravatte (-23,3%), seguite dalle confezioni in pelle (-18,8%) e dall'abbigliamento esterno, penalizzato da un -12,2% particolarmente preoccupante, se si pensa che questo comparto contribuisce al giro d'affari complessivo del menswear "made in Italy" nell'ordine del 55,6%. Relativamente al riparo, ma pur sempre in contrazione, la maglieria esterna (-7,8%) e la camiceria (-6,8%).
Uno sguardo ai consumi delle famiglie del nostro Paese ribadisce che la propensione alla spesa per il guardaroba maschile è in calo: le rilevazioni di Sita Ricerca per Smi indicano per l'anno solare 2009 un -3,2% alla voce sell out (ma nel 2008 era andata leggermente peggio, con un -3,9%), con segni meno per tutte le categorie merceologiche, eccetto la camiceria (+1,2% a valore corrente).
Tra i canali distributivi, nel periodo compreso tra marzo 2009 e febbraio 2010 il dettaglio indipendente conferma la propria supremazia con una quota del 45,5% del sell out del comparto, nonostante un decremento del 2,6% a valore delle vendite intermediate. Le catene (+2,1%) si accaparrano un 22%, mentre un 7,3% riguarda gli "altri canali", tra cui primeggiano gli outlet (+3%). Nella fascia bassa, da segnalare il -11,6% degli ambulanti e il -7,8% della grande distribuzione organizzata.
Sul 2010 è troppo presto pronunciarsi, ma in uno scenario ricco di trabocchetti sul nostro territorio e oltrefrontiera si delineano due certezze: un recupero degli acquisti all'interno dei "men's clothing store" statunitensi, dove secondo l'Us Census Bureau le vendite al dettaglio si sono portate avanti dell'8% nel mese di marzo rispetto allo stesso mese del 2009 e una lenta ripartenza della Francia, dove in aprile il prêt-à-porter uomo ha messo a segno un +1,8%, con discreti esiti nei multimarca indipendenti e nelle catene (dati Ifm). Va però sottolineato che i primi quattro mesi del 2010 nel complesso sono rimasti in area negativa (-1,6%).
a.b.
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