Moreschi: inaugurazione a Vigevano con dibattito sul made in Italy

L’inaugurazione a Vigevano di un avveniristico stabilimento dell’azienda di calzature Moreschi ha offerto l’occasione per un incontro sul tema "Dove si fa il made in Italy": diverse le testimonianze, sul filo conduttore della necessità di puntare sul "distretto Italia". Sul "come", però, non sempre i pareri concordano.
Un investimento da 18 milioni di euro, una superficie di 68 mila metri quadrati di cui 19 mila coperti, 450 dipendenti di cui il 65% donne; e ancora: da 250 a 350 passaggi manuali, per creare una scarpa totalmente realizzata “made in Vigevano” e persino una nursery aziendale. Sono i numeri e le peculiarità del nuovo stabilimento di Moreschi, nome storico della calzatura da uomo (e da alcune stagioni anche da donna) di fascia alta. Stamattina i capannoni di via Cararola 69, sulla strada che da Vigevano porta a Mortara, sono stati ufficialmente inaugurati da GianBeppe Moreschi, presidente del calzaturificio vigevanese, che lo guida insieme ai suoi tre figli.
Il taglio del nastro è stato anche l’occasione per mettere intorno a un tavolo alcuni imprenditori di spicco della creatività italiana a discutere sul tema “Dove si fa il made in Italy”: il calzaturiere lombardo Vito Artioli (vicepresidente Anci), Luciano Barbera (presidente e amministratore delegato dell’omonimo gruppo tessile), Paolo Boffi (presidente della Boffi Spa e di Assarredo), Carlo Guglielmi (amministratore delegato di FontanaArte e presidente di Indicam) e Fabio Tamburini (responsabile progetti speciali Unicredit Banca d’Impresa).
Nel convegno, moderato dal giornalista Giancarlo Santalmassi, si è discusso della trasformazione dei distretti produttivi italiani e delle aziende del “made in Italy”, analizzando sia le tendenze di lungo periodo sia i nuovi fenomeni congiunturali legati alla competizione asiatica e alle sfide poste dal commercio internazionale.
Numerosi gli argomenti trattati: la contraffazione, la certificazione di origine, le modalità di promozione, il sistema della formazione, quello finanziario e l’innovazione. Pur condividendo la necessità di tutelare il grande patrimonio espresso dal “made in Italy”, non solo in termini di moda, ma anche di design, innovazione, turismo, così da “puntare al cosiddetto distretto Italia”, come lo ha definito Guglielmi, gli imprenditori presenti si sono mostrati ancora lontani dal definire un concetto di “made in Italy” che possa esprimere una serie di regole chiare, le quali vadano poi fatte rispettare.
C’è chi, come Barbera, ritiene che su ogni prodotto debbano essere chiaramente indicati, sulla scia di quanto accade negli Stati Uniti, l’origine del materiale, della produzione e persino dell’assemblaggio, se realizzati in Paesi diversi. Lo stesso Guglielmi, invece, è convinto che il successo di un articolo di casa nostra non dipenda necessariamente dalla provenienza della materia prima o dei componenti e ha portato come esempio il caffè italiano. Artioli ha inoltre ricordato che non è sufficiente un prodotto di qualità per lanciare sui mercati il “made in Italy”: il prodotto deve essere debitamente valorizzato, ben distribuito e deve esprimere qualcosa che vada al di là della sua utilità o delle sue proprietà intrinseche.
a.m.
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