Parigi: nel backstage di Lanvin con Alber Elbaz

L’uscita finale del défilé di Lanvin, venerdì scorso a Parigi, mostrava un esercito di donne tremendamente glamour marciare spedito sul cemento bagnato di una qualsiasi strada del mondo. "Lavoro intorno ai sogni e non ai bisogni. Non sono né pessimista né ottimista, ma realista", aveva detto Alber Elbaz prima della sfilata.
Lo stilista ha specificato che per lui non sono più così importanti la lunghezza delle gonne piuttosto che l’ampiezza delle spalle, ma conta la libertà. Per questo ha lavorato con lo sbieco e con i tessuti guaina, realizzando cappotti senza bottoni drappeggiati come le tende italiane, un vero e proprio abbraccio per il corpo femminile. E poi ha disegnato bellissimi tailleur, un argomento che gli sta molto a cuore, perché convinto che oggi si debba lavorare con le emozioni più che con la ragione.
“Preferisco pensare a donne che indossano i vestiti piuttosto che a vestiti che sovrastano le donne”, ha spiegato mettendo in rilievo cuciture a vista, grandi nastri interni per sorreggere i drappeggi e assecondare i movimenti, una palette di colori sicuri come grigio, beige e navy oltre al nero.
Non mancavano le pellicce, un mix di visoni, zibellini, breitschwantz, pochi pezzi ma davvero speciali, perché secondo Elbaz le pellicce sono come il caviale: non lo si mangia a cucchiaiate.
Da citare: il tubino nero per la sera con le cuciture gioiello decorate da pietre e strass, lo sweater prezioso in lana dévoré nera e oro, le scarpe con plateau e tacco ora a forma di banana ora sfaccettato con lamine metalliche, una serie straordinaria di gioielli con placche rettangolari e perle gigantesche inserite nell’acciaio. In testa, piccoli toupet di piume. Un’immagine molto strong e allo stesso tempo credibile.
l.se.
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