Pasticcio di Ferragosto: "Non è questa la via verso il Made in"

Forse anche a causa della pausa estiva, che non ha permesso un adeguato confronto su questo tema, le iniziative prese dal Governo italiano nel mese di agosto per attuare una politica più restrittiva in merito all’etichettatura made in Italy per i manufatti concepiti nel nostro Paese ma realizzati in tutto o in parte all’estero si stanno rivelando un pericoloso boomerang per le aziende e l’economia nazionale.
Il 15 agosto è entrata in vigore infatti la legge n. 99 che, modificando l’articolo 517 del Codice penale, punisce (con la reclusione fino a due anni e la multa fino a 20mila euro) chi appone il marchio made in Italy a un prodotto realizzato in tutto o in parte all’estero. La norma, per la quale non è stato previsto un periodo transitorio per le merci già in viaggio, sta in questi giorni determinando non pochi problemi alle dogane. Il ministero dello Sviluppo economico ha precisato in una nota che il reato è contestabile solo per i prodotti fabbricati successivamente al 15 agosto, mentre la direzione centrale Antifrode delle Dogane ha introdotto l’autocertificazione a carico dell’importatore come strumento per dimostrare che la merce è stata prodotta e spedita prima di Ferragosto.
Inoltre, da più fronti e dal Governo stesso è emerso il problema della competenza europea in materia di tracciabilità, tanto da ventilare l’ipotesi di congelare la nuova regola italiana sull’etichettatura. “Stiamo studiando, insieme al ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola – ha dichiarato al Sole 24 Ore il vice ministro Adolfo Urso – una soluzione per rinviare l’applicazione della nuova legge sul “Made in” obbligatorio che eviti, possibilmente, di incorrere in un’infrazione europea per violazione del diritto di libera circolazione e, soprattutto, che non discrimini le nostre imprese, diventando un vero e proprio boomerang per il Made in Italy. Questa tracciabilità, così com’è stata introdotta, non va. Deve essere rimodulata a livello europeo”.
Le principali associazioni del comparto moda, che pure da anni si battono per l’obbligatorietà dell’indicazione di origine dei prodotti, sono concordi nel ritenere che la sede idonea per un provvedimento di questo tipo sia quella europea. Michele Tronconi, presidente di Sistema Moda Italia, ha criticato il provvedimento dalle prime battute, ribadendo la necessità di tornare a “battagliare” a Bruxelles. Una posizione sostenuta anche da Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria per l’internazionalizzazione, e da Vito Artioli, presidente di Anci (calzaturieri italiani) e anche di Cec, la Confederazione europea del settore, che ricorda come le maggiori resistenze all’obbligatorietà della marcatura del Paese di origine vengano dai Paesi del Nord Europa, grandi importatori di manufatti. Nei giorni scorsi a sostegno dell'iniziativa si è schierata tuttavia la Cna Federmoda. “A nostro parere l’atto del parlamento italiano va nella direzione da noi auspicata e rappresenta un forte segnale politico a sostegno del made in Italy e della trasparenza nei confronti del consumatore”, scrive l’associazione in una lettera inviata al Ministero dello Sviluppo Economico. Sulla stessa lunghezza d'onda anche il Comitato per la difesa del Made in Italy.
Si attendono sviluppi: la questione Made in sarà esaminata giovedì 3 settembre in occasione del consiglio dei ministri.
e.a.
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