Per il settore delle calzature i tempi duri non sono finiti

Secondo le stime dell'associazione di categoria Anci, nei primi nove mesi del 2009 la produzione calzaturiera nel nostro Paese ha consolidato il trend negativo rilevato nel primo semestre, evidenziando un calo medio delle quantità prodotte pari al 12,9% rispetto all'analogo periodo dell'anno precedente: uno dei tanti segnali che evidenziano uno stato tuttora di allerta per il settore.
In base all'indagine congiunturale di fine anno stilata da Anci su un campione di aziende, la dinamica dei prezzi appare decisamente contratta, con aumenti dello 0,4% sul mercato interno e dell'1% oltrefrontiera. In riduzione del 12% il valore della produzione. Significativo è inoltre il fatto che la stragrande maggioranza (83%) degli imprenditori intervistati abbia denunciato una contrazione dei volumi realizzati durante il gennaio-settembre 2009, che nel 70% dei casi è stata superiore al 5%.
Come sottolinea il presidente di Anci, Vito Artioli, "l'onda lunga della crisi si sta facendo ancora sentire in modo netto e basta citare un dato su tutti: più della metà degli interpellati ha segnalato un peggioramento della situazione degli insoluti nel primo semestre 2010 in confronto con il gennaio-giugno 2009, periodo nel quale già si era avuta un'accelerazione dei mancati pagamenti". Inoltre, un terzo delle imprese denuncia un aumento degli ordinativi annullati o, addirittura, delle merci non ritirate. Non basta a sollevare gli animi quel 25% circa che attende un miglioramento degli ordini nel primo semestre dell'anno in corso.
Nel gennaio-settembre 2009, inoltre, l'export (cui si attribuisce circa l'80% del giro d'affari del comparto) è sceso del 16% in quantità e del 16,8% in valore, con una leggera flessione (-1%) dei prezzi medi. L'inversione di tendenza dovrebbe teoricamente partire dai Paesi dell'Ue, che però accusano tuttora il colpo di un -13% negli acquisti di footwear, sia in quantità che in valore. In forte arretramento (-36% in quantità e -33% in valore) le importazioni delle scarpe made in Italy in una delle aree un tempo più promettenti, la Russia.
Ad ogni modo, anche il flusso delle merci verso il nostro territorio ha subito un rallentamento nei nove mesi: -13,1% in volume (con un -19,5% dalla Cina) e -1,7% in valore, un decremento quest'ultimo relativamente contenuto, a causa di un'avanzata del 13,1% dei prezzi medi unitari.
Quanto al mercato interno, i consumi delle famiglie italiane nel gennaio-settembre dello scorso anno hanno retto piuttosto bene, con un +0,1% nei volumi e un +0,7% nella spesa: un esito che però va letto in controluce, perché risente degli incrementi delle proposte a minor valore aggiunto. In conclusione, il prezzo da pagare per la crisi è ancora elevato: come precisa Artioli, nei nove mesi sono stati persi nell'industria calzaturiera della Penisola 2.654 posti di lavoro, anche a causa della chiusura di 207 aziende. "La Cassa Integrazione Guadagni per le realtà dell'area pelle - prosegue il presidente di Anci - ha fatto un balzo in avanti del 235%".
È chiaro che bisogna andare con i piedi di piombo, forti anche dei pochi risultati incoraggianti ottenuti. Per esempio, un Paese ricettivo verso il footwear italiano è il Giappone, dove le nostre esportazioni nei nove mesi si sono portate avanti del 6,1% e la raccolta ordini per il quarto trimestre segna un +5,5%.
a.b.
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