Poche semplici ricette per il made in Italy di successo

Strategie, criticità e fattori vincenti delle aziende della moda e del lusso italiane sono stati i temi caldi della tavola rotonda, nella seconda parte del convegno organizzato oggi da Pambianco presso la sede della Borsa di Milano. Nel trade off fra individualismo e associazionismo una sola ricetta: avere idee chiare su un progetto e portarlo avanti con costanza, anche a piccoli passi per volta, semplici ma mirati.
Lo ha sostenuto Michele Norsa, alla guida di Valentino, forte di un +19% a livello di margine operativo lordo, messo a segno dalla griffe in quattro anni (dal 2001 al 2004), che beneficia di investimenti limitati ma "ben mirati". A dare una mano ai numeri di bilancio, come ha ammesso Norsa, anche una congiuntura non così sfavorevole come spesso viene dipinta: il lusso si è rivelato uno dei pochi settori ad avere dei consumatori in crescita.
Piccoli step anche per la maison Versace non ancora un “caso”, piuttosto una “promessa” di successo, come ha dichiarato l’a.d. Gian Carlo di Risio che, con una squadra di manager preparati e internazionali, sta “riallineando al mercato” la maison. L’obiettivo è il ritorno all’utile per il 2007, intanto le perdite dovrebbero ridursi nel 2005 a 15 milioni di euro (dai 95 milioni del 2004) e l’indebitamento dovrebbe abbassarsi a 20 milioni (da 120).
Passando dal lusso al mass market, anche Matteo Cambi, artefice del marchio Guru, ha rivelato di essere partito nel ‘99 con alcune idee ben chiare in mente: creare un marchio di sportswear giovane, decentrare la produzione, puntare sulla comunicazione, il tutto supportato dall’azienda di famiglia, storicamente attiva nel settore moda. Tra i punti di forza di Guru, che si prepara a chiudere l’anno con un giro d’affari di circa 90 milioni di euro, l’avere pensato subito a un mercato europeo e l’avere previsto l’introduzione di veri e propri manager.
La managerializzazione ha assecondato anche la crescita del Mariella Burani Fashion Group, come ha spiegato l’a.d. Giovanni Burani. Dopo la quotazione in Borsa, le molteplici acquisizioni, la diversificazione negli accessori, l’estensione della rete distributiva di proprietà, ora il gruppo emiliano si prefigge una crescita organica attorno al 9%. “Gli imprenditori - ha affermato Burani, in tema di individualismo - devono contare sempre sulle proprie forze, ma oggi possono valutare anche l’ingresso in azienda di fondi di private equity, oppure decidere per la quotazione sul mercato Expandi”.
Certo quando si è quotati, si è sottoposti al giudizio del mercato, che richiede i numeri e contemporaneamente la crescita, come ha sostenuto Diego Della Valle. Indicando di “serrare le fila” nei momenti critici, il patron di Tod’s ha incentrato il suo intervento sul fatto che il made in Italy non va svilito. “A volte si è costretti a uscire dall’Italia per far quadrare i conti, ma è un passo da soppesare attentamente - ha affermato Della Valle -. In alcuni casi ci si rende conto che i vantaggi non sono poi così evidenti, in più si rischia di rompere per sempre gli assetti delle piccole aziende artigiane”.
Mantenere la produzione in Italia è una strategia che prosegue anche per Gucci, come ha spiegato in videoconferenza il ceo del gruppo delle due G Robert Polet, che ha parlato di un intero sistema ad hoc creato nell’area di Firenze, sottolineando i pregi dell’artigianalità e flessibilità del made in Italy. Dopo l’era Ford-De Sole oggi più poteri sono stati delegati a vari ceo: ciascuno si muove come un imprenditore nel proprio ambito di attività e le performance stanno premiando (+70% per Bottega Veneta, +200% per Balenciaga, solo per citarne un paio).
Produrre esclusivamente in Italia non è detto che sia cruciale, secondo Francesco Trapani, numero uno di Bulgari, che realizza soprattutto gioielli e pellicce in madrepatria, ma quanto all’orologeria si affida alla precisione svizzera. Dopo otto anni di progressi a un tasso annuale oltre il 30%, il gruppo romano consolida la crescita puntando sull’imprenditorialità, un’organizzazione efficace ed efficiente, ma anche sull’eccellenza delle proprie proposte e sulla marca, il cui prestigio va alimentato senza soluzione di continuità. Tra le costanti, nelle chiavi di successo elencate da Trapani, l’ambizione e anche una certa predisposizione al rischio.
e.f.
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