Première Vision International Shanghai: espositori italiani in pole position

Chiude oggi i battenti la seconda edizione di Première Vision International Shanghai, la rassegna sul tessile europeo organizzata in Cina dall'ente fieristico francese. I dati definitivi non sono ancora disponibili, ma gli stand affollati fanno pensare a una buona affluenza. In pole position i tessitori italiani, con 44 presenze.
"Questa fiera - spiega il pdg di Première Vision, Daniel Faure - si propone come iniziativa selettiva, non legata ai grandi numeri. I buyer, cinesi ma non solo, perché non bisogna dimenticare i decision maker di chi produce qui ma ha il suo quartier generale altrove, vengono solo su invito e non superano il migliaio, contro 110 espositori di varie nazionalità europee". I tessitori provenienti dal nostro Paese sono il 40% del totale, in primo piano come già alla manifestazione parigina.
Molti di loro, già forti in altre aree, stanno muovendo i primi passi nel territorio della Repubblica Popolare o sono presenti da pochi anni. "Per ora abbiamo quattro clienti consolidati nel Paese - spiega Federico Boselli di Marioboselli Jersey - il che equivale a circa il 3% del nostro fatturato export. Ma questo è il momento giusto per cominciare a investire di più in un Paese che sta imparando ad apprezzare la nostra creatività anche a livello tessile".
"Operiamo in Cina da dieci anni - interviene Lorenzo Bonotto di Bonotto - e ora, nonostante le oscillazioni valutarie non favoriscano i rapporti commerciali con questa nazione, non vogliamo lasciarci scappare l'opportunità di dialogare con un interlocutore molto ricettivo. Per questo, tra le varie iniziative che stiamo mettendo in cantiere qui, c'è una joint-venture volta ad affiancare alla nostra produzione tradizionale piccoli quantitativi da destinare non solo alle società cinesi, ma anche ai clienti americani, giapponesi e di altre nazionalità che confezionano le loro collezioni in Cina". Questo nel contesto di una strategia che ha portato in un'altra area emergente, il Sud America, alla nascita dell'azienda battezzata Amor Tessuto con stabilimenti in Uruguay. Esistono in Cina realtà distributive potenti - prosegue Bonotto - che stanno evolvendo anche in termini di team creativo e, a volte, si accaparranno i designer occidentali per potere dare una svolta ai loro brand".
L'imprenditore si riferisce, fra le altre, a Etac, che con la catena di negozi Ports ha raggiunto quota 300 insegne nella Repubblica Popolare, per un target uomo e donna. Ma anche a Finity, focalizzata sulla donna, che a sua volta può contare su centinaia di store. Sempre nel womenswear operano Fair Madame e, fondata a Taiwan nel 1988, Fashion Show International con i brand Fashion Show e Mia Mia, il primo di impronta elegante e il secondo fashion.
Il presidente di Fashion Show International, Wang Ping Nan, è la dimostrazione vivente di come il brand sia importante per una fetta per ora piccola, ma destinata a incrementarsi, di consumatori cinesi: porta una borsa Louis Vuitton, un orologio Cartier e ha un look molto grintoso. "Perché cerchiamo i tessuti europei? - dice -. Semplice: perché sono il contrario del basico e la loro arma è l'unicità.
La parola che ricorre con maggioer frequenza nelle testimonianze degli intervistati è globalizzazione, insieme a competizione: il conto alla rovescia in vista del fatidico primo gennaio 2005 continua e c'è chi dice che questo sarà l'inizio della fine del tessile europeo, almeno così come è stato concepito finora.
Ma, ragionando in termini di nicchia, un mercato mondiale allargato porta anche a nuove opportunità, come quelle che gli espositori di Première Vision International Shanghai stanno esplorando. "Ci sentiamo come i pionieri del Far West - sintetizza, dalla Francia, Marc Burian di Komar, azienda lionese specializzata nelle stoffe stampate e negli jacquard -. Solo che il nostro cammino va verso Est, con gli entusiasmi e le incognite del caso".
a.b.
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