Risk management: nella moda una pratica ancora semisconosciuta

Conoscere i rischi operativi e provvedere alla loro copertura con strumenti ad hoc consente anche di migliorare le performance aziendali. Se ne è discusso a Milano in un convegno organizzato dal gruppo assicurativo Royal & SunAlliance (Rsa), dal quale è emersa una scarsa "sensibilità" delle imprese della moda, nonostante il settore sia esposto a una serie crescente di rischi specifici. E non tutti sanno che gli stessi possono essere trasferiti a operatori specializzati.
In tal senso Rsa, first mover tra le compagnie assicurative, ha messo a punto varie proposte assicurative ritagliate su misura per la fashion industry a copertura dei possibili rischi che incombono sull'intera catena del valore di un brand. Questo, non prima di avere sondato il comparto con la collaborazione di Deloitte.
Un'analisi congiunta presentata nei giorni scorsi a Palzzo Clerici ha rivelato che a ciascuna impresa corrisponde un diverso profilo di rischio, che la percezione dello stesso è basata sul vissuto (se un evento è accaduto, può accadere ancora e più ha colpito, più è percepito come catastrofico) e che l'accadimento negativo è valutato soprattutto per il suo impatto diretto, mentre si tende a trascurare gli effetti indiretti.
Dall'esame di 30 bilanci di aziende della moda nel mondo gli esperti hanno osservato, inoltre, che i maggiori fattori di rischio riguardano il marchio (contraffazione e tutela della proprietà intellettuale), i tassi di cambio, l'andamento del mercato, il quadro normativo e i canali distributivi. In coda alla lista, invece, la perdita di clienti chiave, i cambiamenti climatici e il terrorismo.
In cima alla top 10 dei “pericoli” stilata da Rsa-Deloitte risaltano, invece, incendi ed eventi naturali che colpiscono il deposito principale (o unico), i danni al campionario o il furto dello stesso, le produzioni in licenza, nonché i danni alla reputazione e alla qualità del prodotto (come l'errata etichettatura o l'utilizzo di materiali pericolosi o scadenti). Da non sottovalutare anche i subfornitori, in termini di infedeltà, come pure di danni, incidenti e furti che possono a loro volta subire.
Tra le case history riportate al convegno quella del brand Gucci, per voce del suo risk manager Peppino Pignolo, che ha parlato di danni catastrofali e ha spiegato come nella maison fiorentina sia in corso una mappatura dei fornitori per quantificare i rischi correlati, valutarne l'impatto e organizzare le misure per fronteggiarli. Richard Moor, risk manager di Burberry, ha invece posto l'attenzione su produzione e logistica e ha testimoniato come il gruppo del lusso inglese si sia messo al riparo non solo dagli eventi naturali negativi ma anche, ricordando i tragici fatti di Londra nel luglio 2005, dal terrorismo.
e.f.
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