Sfilate di Parigi: l'ultima parola spetta a Hermès, Vuitton e Miu Miu

La maratona delle sfilate parigine della donna, cominciata il 2 marzo, si è chiusa con un nome italiano, Miu Miu, che ha portato in passerella un'immagine "new new romantic", come l'ha definita Miuccia Prada. Protagonisti ieri anche Hermès, con una carrellata di English lady con tanto di bombetta o cilindro, e Louis Vuitton, che ha celebrato il trionfo del bon ton (nella foto).
La griffe di casa Lvmh ha abbandonato le urban girl con vistose parrucche alla Angela Davis, viste alla scorsa edizione della kermesse, per concentrarsi su una serie di mademoiselle nel cui guardaroba non possono mancare gli abiti anni Cinquanta, con bustino mozzafiato e gonna a campana e, tra gli accessori, le borse che rieditano la celebre Speedy. Anche Miu Miu guarda al passato, in una collezione all'interno della quale si armonizzano echi degli anni Sessanta - non quelli della contestazione ma il periodo precedente, immortalato nel film "An Education" di Lone Scherfig - con austerità quasi vittoriane, espresse per esempio nei colletti alti e rigidi di trench e vestiti: tra i leitmotiv il fiore, in metallo applicato sul tessuto o sotto forma di virtuosismi in pizzo.
Andando a ritroso nel calendario, si incontrano le mannish girl di Hermès, che sembrano sbucate dalle nebbie di una Londra dell'Ottocento, ma anche le fanciulle di Valentino, che giocano con balze, volant e nostalgiche trasparenze.
Se da Chloé si impone una figura femminile sofisticata e sportiva, da Chanel ci si immerge in un paesaggio polare, dove regine delle nevi dalla forte personalità attualizzano l'immancabile bouclé di tailleur e giacche grazie a inserti in pelliccia ecologica, con la quale vengono realizzati anche pantaloni-zampa e stivali che non passano inosservati. Decisamente più low profile, Yves Saint Laurent (il cui fondatore viene celebrato da una retrospettiva al Petit Palais) si ispira a una suora laica in bianco e nero con misurate concessioni al colore, scontrandosi con l'overdose di patchwork e fantasie di Kenzo, brand che celebra i 40 anni, disegnato da Antonio Marras in equilibrio tra rispetto di un heritage importante e tensione al nuovo.
Un altro italiano, Giambattista Valli, ha fatto centro a Parigi: i suoi avvolgenti soprabiti color biscotto, i coat realizzati con strati di pelliccia sovrapposti, le mise che dosano sapientemente materiali sostenuti e ammiccanti trasparenze, hanno convinto sia la stampa, sia i compratori. Una prova di maturità per Valli, per il quale si è aperto il toto-produttori, dopo l'annuncio della chiusura sul nascere dell'intesa con il Mariella Burani Fashion Group. Promossa anche Stella McCartney: innovazione e commerciabilità convivono nei cappotti minimal privi di revers, nei minidress ad A con la schiena velata di organza, nei completi con pantaloni a matita. Il momento più commovente della fashion week è stato l'omaggio ad Alexander McQueen: all'interno della sede del Gruppo Ppr hanno sfilato gli ultimi 16 modelli ideati dallo stilista tragicamente scomparso. Mantelle con ricami preziosi, gonne-scultura, giacche di piume dorate, ieratici completi da austera damigella medievale, con motivi ripresi dai quadri di Bosch: espressioni di un genio che avrebbe ancora potuto dare tanto alla moda. Nei giorni parigini si è fatto il nome di Gareth Pugh come suo possibile successore: un'ipotesi subito smentita. Sarà difficile raccogliere l'eredità del grande creativo: ma, con orgoglio e determinazione, i vertici di Ppr assicurano che la griffe andrà avanti. Come forse lo stesso McQueen avrebbe voluto.
a.b.
stats