Smi impegnata su più fronti per difendere il tessile-abbigliamento nazionale

Sistema Moda Italia sempre più combattiva e grintosa, anche alla luce dei tragici fatti di Madrid e dei perduranti segnali negativi sul fronte macroeconomico. Una tutela più decisa del made in Italy e la proroga della data dell’abolizione delle quote per il tessile abbigliamento (prevista per il primo gennaio 2005) sono i temi cardine in merito ai quali, la maggiore associazione nazionale di categoria, si prepara ad "alzare la voce".
Nell’ultima lettera del presidente Vittorio Giulini ai soci è emerso, in particolare, l’impegno di Smi al fine di ottenere l’etichettatura obbligatoria di origine, sia per i prodotti comunitari sia per quelli extracomunitari. In quest’ottica, l’associazione si dichiara in favore dell’etichetta “made in Ue” (la cui opportunità è messa oggi in discussione in vari Paesi dell’Unione) a patto che la stessa sia preceduta dall’indicazione della nazione di origine, “così da realizzare la tracciabilità di prodotto secondo il modello americano”. Questa presa di posizione sarà anche l’occasione per verificare la disponibilità o meno di Euratex (l’omologa organizzazione su scala europea) ad appoggiare gli obiettivi nazionali: in caso contrario, Smi uscirà dall’organizzazione, di cui è il massimo contribuente.
Non manca nella lettera un appello al Governo italiano, al quale Smi chiede di destinare le risorse previste dall’ultima legge finanziaria esclusivamente alla promozione di prodotti del made in Italy, cioè quelli il cui ciclo produttivo è svolto prevalentemente nel nostro Paese. Un maggiore impegno delle autorità viene invocato, inoltre, al fine di rendere più incisiva la lotta alla contraffazione.
E mentre a livello comunitario Smi ha in programma a breve un incontro con i dirigenti dell’Unione Europea, che stanno lavorando sui temi “caldi” appena citati, in ambito Wto l’associazione ha deciso di seguire la linea già tracciata da Stati Uniti e Turchia. Con una lettera datata 15 marzo, Sistema Moda Italia, congiuntamente ad Associazione Tessile Italiana, ha richiesto al direttore generale dell’Organizzazione del Commercio Mondiale - Supachai Panitchpakdi – una proroga al regime che, attualmente, regola gli scambi mondiali di tessile-abbigliamento. Tale sistema è destinato a decadere dal primo gennaio 2005, con la totale abolizione delle quote alle esportazioni come previsto dall’Uruguay Round, ma gli imprenditori del tessile-abbigliamento italiano chiedono di posticipare quella data di tre anni.
Tra le motivazioni addotte, il fatto che il processo di liberalizzazione dei commerci è stato avviato nel 1995, quando ancora non era contemplato l’ingresso della Cina nel Wto, avvenuto nel 2002. Lo scenario che si prospetta con la totale eliminazione delle quote è l’assorbimento, da parte della Repubblica Popolare, del 50% del commercio mondiale del tessile-abbigliamento, con conseguente perdita di 30 milioni di posti di lavoro nel mondo. Nella lettera al direttore del Wto, Smi e Ati hanno ricordato inoltre che, grazie a sussidi di Stato e prestiti a fondo perduto, i produttori cinesi riescono ad abbattere i prezzi anche del 75%. Le gravi ripercussioni derivanti da un mercato che presenta tali distorsioni andrebbe, inoltre, a colpire irrimediabilmente quei Paesi in via di sviluppo dove il tessile rappresenta un settore vitale per l’economia.
Il documento firmato da Giulini e dal presidente di Ati, Tito Burgi, si chiude con la richiesta al Wto di fissare una data per un incontro “di emergenza”, che non vada oltre il prossimo primo luglio: gennaio 2005 è ormai alle porte.
e.f.
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