Smi pronta a "riprendere il discorso" con il Governo

Dopo il faccia a faccia con il Governo di febbraio non si può dire che in favore della moda sia stato fatto granché. "Anzi, non ci è stato dato nulla", sostiene Michele Tronconi (nella foto), presidente di Smi, profilando un nuovo appuntamento con le autorità "in un'ottica di sistema". Alcuni dati recenti, si commentano da sé: nei primi sei mesi del 2009 hanno chiuso i battenti oltre 1.750 aziende del tessile-abbigliamento e sono andati persi tra i 15 e i 17mila posti di lavoro.
Ieri, incontrando la stampa, Tronconi ha anche evidenziato come il saldo commerciale del settore abbia segnato un -30% a fine marzo (e di analoga entità si stimano le flessioni di ordini e fatturato). “Nel prossimo incontro con il Governo nella sua collegialità - ha anticipato il presidente di Smi - vogliamo far riflettere su questo crollo: se continuerà anche nei mesi a venire, l'Italia se lo può permettere?”. “Dopo la stabilizzazione del sistema finanziario bisogna tornare all'economia reale”, ha ribadito. A partire da stimoli selettivi ai consumi interni (vista la discesa dell'export in atto) come la “rottamazione” applicata alla moda o lo scontrino parlante per l'abbigliamento bimbo (vedi anche fashionmagazine.it del 21 ottobre 2008). Ma anche riducendo i costi dell'energia: invece, si dimentica che il tessile-abbigliamento è “energy intensive”. A oggi, tra tutte le richieste già avanzate dal comparto, è stato concesso soltanto il credito di imposta per i campionari. Un provvedimento di fatto inefficace nell'immediato, come ha spiegato Tronconi, con l'80% delle richieste non ammesse in valutazione, dal momento che il numero delle domande è lievitato, mentre l'ammontare dell'apposito fondo è rimasto invariato.
Dai governanti Smi si aspetta anche una presa di posizione forte in materia di trasparenza, che andrebbe a sostegno dell'etichettatura d'origine e quindi della produzione locale. Un passo avanti è stato compiuto pochi giorni fa dal Parlamento italiano, che ha approvato il disegno di legge 1.195 B (Disposizioni per lo sviluppo e l'internazionalizzazione delle imprese, nonché in materia di energia). L'articolo 17 (Contrasto alla contraffazione) comma 4 vieta l'uso di marchi di aziende italiane “su prodotti non originari dell'Italia senza l'indicazione precisa del loro Paese o loro luogo di produzione o altra indicazione sufficiente a evitare qualsiasi errore sulla loro effettiva origine estera”. “Si tratta di una norma debole sul fronte giuridico ma forte dal punto di vista politico - ha commentato Tronconi -. Cercheremo di farla valere a livello comunitario”. Una battaglia, quella per l'obbligatorietà della marcatura d'origine, che vede Smi in prima linea già da molti anni, ma che non ha chance in Europa se gli industriali procederanno “in ordine sparso”. “Frantumare le istanze e arrivare a fenomeni di territorializzazione delle problematiche è solo controproducente: i politici sono disposti ad ascoltare solo quando ci si mette tutti d'accordo”, ha spiegato Tronconi, mentre da Il Sole 24 Ore si sa che oggi alcuni imprenditori tessili lombardi capitanati da Roberto Belloli - in polemica con l'associazione, accusata di fare gli interessi soprattutto “dei nomi noti” - si sono dati appuntamento a Busto Arsizio per dire no alle attuali politiche di sostegno al comparto e per chiedere la tracciabilità piena del made in Italy, in analogia con quanto recentemente avvenuto con l'olio d'oliva.
e.f.
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