Tax Free Shopping in Italia: nel 2004 gli acquisti crescono del 4%

Gli acquisti dei beni di lusso in Italia da parte degli stranieri extra Unione Europea sono cresciuti del 4% nel 2004, a quota 874 milioni di euro, interrompendo l’andamento negativo degli ultimi due anni. Sono tornati i turisti americani (+3%), mentre è costante la crescita dello shopping dei russi (+18%) e dei cinesi (+40%). Significative anche le presenze degli arabi (+15%). Ottime le performance degli outlet con un +16%.
Gli acquisti Tax Free Shopping - secondo Global Refund, gruppo leader nel settore - si sono concentrati nelle più note ed esclusive vie della moda del lusso e della gioielleria di Milano, che rappresenta il 33% della fetta di mercato e di Roma (23%), seguite da Firenze (16%) e Venezia (6%): queste due ultime città, dopo anni difficoltà, hanno finalmente dimostrato una moderata ripresa.
Nonostante i giapponesi e gli americani restino gli stranieri che hanno speso di più nella penisola, è particolarmente significativo il tasso di crescita dei turisti cinesi: seppur ancora con una quota limitata (+3%) e un valore di spesa contenuto di 28 milioni di euro, sono lievitati del 40%, dimostrando una maggiore propensione ai viaggi all’estero e, quindi, agli acquisti dovuta anche alla situazione economica-sociale favorevole che la Cina sta attraversando. Ha contribuito pure il fatto che nel settembre 2004 l’Italia abbia finalmente aderito all’ADS (Authorized Destination Status) che permette ai cittadini cinesi, con un solo visto, di entrare in più Paesi europei.
“I cinesi rappresentano una realtà importante, sicuramente in crescita: le 350.000 presenze del 2004 potrebbero ‘esplodere’ velocemente nei prossimi anni – ha detto Luigi Gallazzini, amministratore delegato di Global Refund Italia -. Non solo: destinano sempre più soldi allo shopping. Infatti il loro scontrino medio, di 533 euro, registrato nel 2004 è ormai in linea con quello dei giapponesi”.
Si stima che in media un cinese spenda nel nostro Paese tra i 3.000 e i 4.000 euro: in realtà non compera solo per sé, ma anche per circa venti amici o parenti restati in Cina. “Per questo business bisogna attrezzarsi - ha aggiunto Gallazzini - e al momento in Italia c’è ancora molto da fare: soprattutto per superare il problema della lingua e delle usanze/tradizioni cinesi che non possono essere ignorate”. “A tutt’oggi – ha concluso l’a.d. – sono pochi i negozi che dispongono di addetti alla vendita in grado di parlare il mandarino. Ma si tratta solo di tempo, così come tra non molto prenderanno piede i viaggi organizzati dedicati allo shopping sul modello di quelli giapponesi”.
e.c.
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