Tessile-abbigliamento italiano: 2003 in frenata, relativa stabilità a inizio 2004

Diffusi oggi, durante la conferenza stampa milanese di presentazione dei prossimi appuntamenti con i saloni di Pitti Immagine, i dati elaborati dall’Area Centro Studi di Sistema Moda Italia sull’anno passato e sull’inizio del 2004: se il 2003 ha accusato una flessione, nei primi mesi del 2004 la situazione sembra essersi orientata verso una relativa stabilità.
La stagione dei saldi invernali si è chiusa, in Italia, con ulteriori cedimenti (-1,5% la variazione tendenziale della spesa a prezzi costanti per i prodotti di tessile-abbigliamento), ma secondo gli esperti di AcNielsen è possibile nel prossimo futuro un lento, ma costante miglioramento. Questo soprattutto perché le aziende stanno facendo sforzi notevoli per calibrare l’offerta sulle reali esigenze del mercato. Però, sul versante esportazioni, è possibile che le dolenti note che si sono già fatte sentire per tutto il 2003 non accennino a estinguersi: Francia e Germania, fronti importanti per il nostro export che lo scorso anno hanno vissuto un’impasse, sono infatti presi di mira dalle proposte a basso prezzo provenienti dalle aree in via di sviluppo e la battaglia dei prezzi è dunque aperta.
In ambito extra Ue, le conseguenze del rafforzamento dell’euro sul dollaro sono destinate a farsi ancora sentire: così, pur verificandosi soprattutto in Asia una ripresa della domanda, le oscillazioni valutarie ne annullano quasi completamente i benefici effetti sul made in Italy.
Altro aspetto sottolineato da Smi, l’importanza delle strategie micro-economiche: in pratica, in una fase interlocutoria, può accadere che una società vada bene e un’altra male, a seconda del posizionamento nello spazio prodotto/mercato/canale e delle scelte in fatto di qualità/prezzo/servizio.
Un rapido sguardo al 2003 rivela un calo del fatturato del tessile-abbigliamento italiano del 6% rispetto al 2002, per un totale di 43,15 miliardi di euro. Per il terzo anno consecutivo la domanda interna è stata riflessiva e, come sottolineano i comunicati, “la flessione dell’attività nell’ultimo biennio, pari al 10%, non trova riscontri nell’attività recente del comparto”. I flussi diretti in Germania, primo fronte di sbocco per il made in Italy, hanno oltrepassato il 14% e segni meno si sono avuti anche in Francia (-5,3%) e Gran Bretagna (-14,6%). Sostanziale tenuta, invece, per la Spagna con un –0,6%. La flessione negli Usa è stata di più del 10%, se calcolata in euro. Ma se misurata in dollari, la performance è quantificabile in un +9%. La Russia ha continuato a svilupparsi a un ritmo prossimo al 3%, divenendo il decimo sbocco estero per l’industria italiana.
Alla voce import, la Cina ha fatto la parte del leone, con importazioni in Italia in ascesa del 20%.
a.b.
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