Tessile-abbigliamento svizzero: un 2003 in flessione con qualche eccezione

Il tessile-abbigliamento svizzero ha visto il fatturato 2003 scendere a 3,6 miliardi di franchi, in calo del 6% rispetto al 2002 e ha perso 2.200 addetti che sono scesi a 18.500 unità. Nonostante la flessione e le prospettive tutt’altro che nitide, alcune aziende sono riuscite a contrastare la crisi puntando sull’innovazione, come ha fatto rilevare il presidente dell’Associazione Tessile Svizzera - Thomas Isler - a commento delle statistiche.
Il settore tessile ha subito una contrazione del giro d’affari del 6% a 2,1 miliardi di franchi, con una riduzione della produzione e delle esportazioni rispettivamente dell’8 e 9%. Il volume d’affari del comparto abbigliamento è sceso invece del 5% a 1,5 miliardi di franchi. Le esportazioni di questo sub-settore hanno tuttavia segnato un recupero del 25% dovuto, come spiegano da Swiss Textiles, al decentramento della produzione, alla realizzazione di nuovi centri logistici nel Canton Ticino e al reclutamento di confezionisti di alta qualità.
Tra le società che si sono distinte per il trend positivo, il presidente Isler ha elencato la Weseta Textil, ultima tessitura in spugna rimasta nella Repubblica federale; la Mitlödi Textildruck, considerata tra le più innovative stamperie al mondo; la Huber & Co., specializzata nei tessuti tecnici sottili e nelle forniture per tendaggi. Tra le aziende “high-tech” è emersa la Schoeller Textil, fornitrice per l’industria dello sportswear, inventrice di un tessuto anti-macchia e impermeabile all’acqua grazie alle nanosfere. Sempre nell’ambito delle produzioni di nicchia, hanno realizzato risultati in ascesa Slg Textil, che realizza un filato ricavato dalle alghe; Herman Bühler, poduttrice di una fibra antimicrobica impiegata in campo medico; Spoerry & Co, cui si deve un nuovo filato elastico.
Ma a preoccupare il presidente Isler non è soltanto la concorrenza asiatica, bensì i dazi doganali. A partire dal prossimo primo giugno, infatti, decade la franchigia doganale in corso da trent’anni e le merci riesportate “in identico stato” nell’Unione europea saranno soggette a normale dazio, con pesanti conseguenze sulle aziende di abbigliamento della Svizzera, che producono per lo più all’estero e riesportano nell’Ue tramite centri di smistamento. Queste società si troveranno, infatti, a scaricare i maggiori costi sul consumatore finale e a dovere rivedere sia i canali di distribuzione sia la produzione stessa. La problematica non investe invece il tessile locale, che realizza ancora la maggior parte della produzione internamente.
e.f.
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