Una ricerca Assosport: i dazi sono un espediente temporaneo

Lotta alla contraffazione ed etichettatura obbligatoria sono temi che vedono le aziende italiane dello sportsystem in continua allerta. Assosport (Associazione nazionale fra i produttori di articoli sportivi) ha raccolto le considerazioni di 150 aziende italiane (per la metà membro dell'Associazione stessa), tramite un questionario sottoposto in occasione dell’Ispo di Monaco, fiera internazionale del settore.
Riportiamo gli esiti del sondaggio, da cui emerge, come dato significativo, che il 54% degli intervistati considera i dazi contro la concorrenza a basso costo della Cina un espediente temporaneo, mentre un 24% li ritiene sempre efficaci e un 22% addirittura dannosi, perché indurrebbero il gigante asiatico a fare lo stesso con i nostri prodotti.
Anche i limiti alle importazioni sono visti come una soluzione provvisoria dalla maggioranza degli intervistati (56%), mentre il 27% li considera utili e il 17% teme che la Cina prenda lo stesso provvedimento in direzione contraria.
Gli imprenditori dello sportsystem sono convinti (57%) che dovrebbe essere il Governo a difendere gli interessi della categoria, contro solo un 36% che crede nei risultati della Comunità Europea e un 7% che fornisce indicazioni differenti. Di fatto, però, l’attività dell’Esecutivo non riscuote consensi: solo il 14% giudica sufficiente la pressione esercitata sulla istituzioni europee tesa a risolvere i problemi del comparto.
Una delle leggi italiane più apprezzate e che verrà probabilmente adottata anche dalla Ue, è quella sull’etichettatura obbligatoria con l’indicazione del Paese d’origine se situato al di fuori dell’Unione. Il 59% degli intervistati è convinto che questo porti vantaggio alle aziende della Penisola, il 18% si dichiara scettico, vista la facilità con la quale i prodotti vengono comunque falsificati, infine il 15% lo considera un provvedimento negativo, perché colpisce le aziende italiane prodotte all’estero. In particolare, il 50% ritiene che l’abbigliamento e le calzature non potrebbero più fregiarsi dell’etichetta "made in Italy" (si tratta infatti di articoli che vengono per la maggior parte prodotti fuori dai confini dell’Ue).
E proprio sulla definizione di "made in Italy" emergono visioni contraddittorie: oltre il 54% associa questa dicitura solo ai beni interamente realizzati in Italia, il 15% a quelli prodotti da aziende italiane ma con sede all’estero, il 13% alle merci assemblate in Italia con componenti realizzate all’estero, il 12% lo considera il valore aggiunto del prodotto in Italia. L’etichettatura (che consente la conoscenza esatta della provenienza del capo), per il 66% spinge il consumatore a scegliere il prodotto in base a dove è stato prodotto, come garanzia di qualità, mentre il restante 34% ritiene che sia il costo a guidare l’acquisto.
Infine, gli strumenti di difesa su cui l’Ue dovrebbe insistere: il 37% allargherebbe l’etichettatura anche ai prodotti dell’Unione, il 30% vorrebbe limiti alle impotazioni, il 26% preferisce i dazi.
m.g.
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