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Top 100 ceo di Hbr: nella moda vince l'inossidabile Pablo Isla (Inditex)

La moda occupa tre delle prime dieci posizioni nella lista dei 100 migliori ceo del mondo secondo Harvard Business Review (Hbr), con Pablo Isla di Inditex a guidare gli esponenti del settore. Tempi duri, in generale, per gli a.d.: secondo Hbr, in una fase di difficoltà economiche e di incertezze politiche che mettono a rischio le loro poltrone.

 

Se nella "hit parade" dei manager la medaglia d'oro è stata assegnata a Lars Rebien Sørensen di Novo Nordisk (settore farmaceutico) e quella d'argento a Martin Sorrell di Wpp (pubblicità e marketing), il bronzo va appunto a Pablo Isla (Inditex), seguito da Herbert Hainer (Adidas). Al settimo posto Bernard Arnault di Lvmh.

 

Nel resto della classifica, basata non solo sui risultati economico-finanziari ottenuti ma anche e sempre più su altri criteri come la sostenibilità e la responsabilità sociale, spiccano altri nomi del fashion, tutti al maschile: Mark Parker di Nike (11esimo), Simon Wolfson di Next (25esimo), Leslie Wexner di L Brands (34esimo), Blake Nordstrom di Nordstrom (35esimo), Tadashi Yanai di Fast Retailing (46esimo), Glenn Chamandy di Gildan Activewear (58esimo) ed Eric Wiseman di Vf Corporation (68esimo).

 

«Non è facile essere un ceo in questo momento - commentano da Harvard Business Review -. L'economia cresce lentamente e l'incertezza, anche politica, rischia di frenare i piani a lungo termine. Non a caso, l'anno scorso c'è stato un elevato turnover tra i ceo globali, testimoniato dalla percentuale record del 17%. Da notare che più di un quinto di coloro che hanno lasciato il loro posto di lavoro negli ultimi anni è stato licenziato».

 

Più che premiare giovani rampanti della new economy, l'elenco fa una scelta controcorrente privilegiando manager di consolidata esperienza, che hanno messo a punto strategie di lungo termine.

 

In un'intervista rilasciata per l'occasione a Hbr, il ceo di Inditex Pablo Isla ha svelato il segreto del suo successo. «Tanta razionalità - ha affermato - che non può mancare quando si è a capo di una realtà con oltre 150mila addetti e un milione di clienti. Ma anche la capacità di ascoltare il lato "emotivo" dei dipendenti, in modo che possano esprimere innovazione».

 

«Ultimamente - ha aggiunto - è cresciuta l'importanza del fattore reputazione. Chi investe su di noi sa con chi ha a che fare e conosce la nostra strategia: combinare l'ottica di lungo termine con quella che ragiona in base a tempi più brevi». «Dobbiamo essere trasparenti - ha precisato -. Per esempio, la gente pensa che molte grandi aziende evadano le tasse. Per tranquillizzarla, pubblichiamo nel nostro bilancio annuale tutte le tasse che paghiamo nelle diverse aree geografiche».

 

«Per noi manager il compenso è legato alle performance, con un orientamento "long term", ma ciascuno deve poter beneficiare dell'evoluzione aziendale - ha concluso -. Così lo scorso anno abbiamo approvato un piano di divisione degli utili che coinvolge tutti i dipendenti».

 

Per stilare l'analisi Hbr è partita dall'indice mondiale S&P Global 1200, escludendo i ceo in carica da meno di due anni e quelli che hanno lasciato la poltrona prima del 30 giugno, oltre a quelli condannati o finiti in carcere. In questo modo si è arrivati a 895 persone per un totale di 886 società, procedendo a un'ulteriore scrematura in base a tre parametri: il ritorno "country adjusted" per gli azionisti (inclusi i dividendi reinvestiti), quello "industry adjusted" e la variazione della capitalizzazione di mercato dell'azienda.

 

Attraverso una consultazione con Sustainalytics e con CSRHub è stato preso in considerazione anche il fattore Esg-Environmental, Social, Governance (nella foto, Pablo Isla).

 

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