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Sita Ricerca: la ripresa dal 2014, ma nulla sarà più come prima

All’annuale incontro di Sita Ricerca dedicato a “Scenari e previsioni 2013 per il fashion system” si è cercato di andare oltre la crisi di mercato, ormai assodata, per delineare le prospettive future. Sarà indispensabile anticipare i forti cambiamenti e sapersi reinventare, perché come ha detto il direttore generale Fabio Savelli: “Nulla sarà più come prima”.

 

“Che il periodo sia difficile è fuori discussione. Una volta usciti dal tunnel non si potrà però più perseguire la strada della crescita a tutti i costi, come è successo fino a  qualche anno fa: per questo è indispensabile darsi delle risposte”, ha esordito ieri Fabio Savelli al meeting svoltosi a Milano.

 

“Dato che i media continuano purtroppo a bombardare con cattive notizie alimentando il pessimismo, credo sia di grande utilità  ricordare un passaggio di Albert Einstein -  ha detto Savelli -. Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia, come il giorno dalla notte oscura. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato”.

 

Un focus sullo stato dell’arte di shopping e tendenze retail in Europa è stato fatto da Alessandra Mengoli, partner di Sita Ricerca: “Lo scenario viaggia a più velocità - ha premesso -. Per quanto riguarda i consumi nel 2012, a eccezione della Gran Bretagna con un +1% (e un sell out di 27 miliardi di euro per vestiario e intimo), gli altri Paesi sono stati  tutti in rosso, con l’Italia (-5% e un turnover di 21 miliardi di euro) e la Spagna (-8%) fanalini di coda”.  Uno dei fenomeni più significativi che andranno a impattare sugli acquisti di moda è quello della terza età: “Oggi in Europa le persone oltre i 65 anni rappresentano il 17-18% della clientela totale, ma nel 2060 è previsto raggiungano il 65% - ha precisato Mengoli -.  Attualmente già il 40% della spesa dipende dagli ultra cinquantenni”.  

 

Per quanto riguarda invece i canali distributivi esistono pesi differenti (vedi grafico): l’Italia mantiene la leadership sul fronte del dettaglio indipendente, che assorbe il 30% del business della moda, con un’elevata presenza anche di boutique chain (26%, in questo ambito rientra anche la parte di insegne multimarca con più negozi), mentre la Gran Bretagna primeggia a livello di catene e grandi superfici (32%) e di department store (24%) e la Germania domina per la vendite a distanza (18%): “Comune denominatore è invece l’exploit dell’e-commerce “, ha concluso Mengoli. 

 

Entrando nel merito della realtà italiana, nel 2012 la flessione dei consumi del tessile-abbigliamento ha raggiunto il  -4,1%: “Inoltre per la prima volta lo scorso anno le vendite durante i saldi e in promozione hanno superato quelle full price, rispettivamente con un 53,6% e un 46,4% - ha precisato Gianni Pisani, direttore di Ricerca di Sita -. L’abbigliamento esterno maschile è quello che ha performato peggio, così come si è avuto un blocco delle vendite di intimo, uomo e donna. In calo pure il childrenswear: è un settore che ha sempre tenuto bene, ma ha incominciato a vacillare segnando un -3,3%”.

 

Per il 2013 si pronostica che i consumi di abbigliamento, accessori e calzature accuseranno un -4,2%, per complessivi 30,3 miliardi di euro, mentre nel 2014 la flessione dovrebbe essere più contenuta e assestarsi al -1,5% (oltre 29,7 miliardi di euro), con il vestiario uomo e bambino a -2%, quello donna e bambina a -1,5% e le calzature a -1,5%.

 

Fabio Savelli ha quindi fatto il punto sulla distribuzione di moda in Italia. “Sicuramente  la selezione in atto oggi (nel 2012 hanno chiuso oltre 6.600 negozi) proseguirà anche nel medio periodo e i negozi indipendenti continueranno ad abbassare la saracinesca, non solo per problemi di competitività, ma pure a causa del ricambio generazionale - ha illustrato Savelli -. Anche i monomarca comunque soffriranno: quelli delle insegne minori con 30/ 40 punti vendita  per problemi finanziari e in generale gli altri  per la necessità di razionalizzare la rete,  poiché a volte non sono state scelte le location più appropriate, e di ottimizzare i costi”. Non solo. “I retailer italiani preferiscono investire all’estero, gli stranieri già presenti nella Penisola rallentano lo sviluppo e quelli in arrivo pianificano di aprire solo lo stretto neccessario”, ha aggiunto Savelli.

 

Quali sono quindi le politiche vincenti? “Il negozio dovrà acquisire un ruolo sempre più centrale, puntando su distintività e unicità  di offerta e location, considerando che nel nostro Paese non tutti i format vanno bene per ogni luogo, vista la scarsità di spazi di grandi dimensioni. Bisognerà inoltre favorire l’integrazione tra luogo fisico e virtuale”, ha concluso Savelli, aggiungendo: “Sul futuro del negozio tradizionale, la fascia top sopravviverà più di quella media, a cui suggerirei di investire prevalentemente sul made in Italy, con un valido value for money  e su un buon servizio, mentre quella bassa  è ormai appannaggio delle catene. E a tutti in generale consiglio di riflettere su quella che è un’indiscussa scommessa per il futuro: riuscire a intercettare il target dei non più giovani”.  

 

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