DICHIARAZIONI

Raf Simons: «Porto in pedana la mia nuova esperienza di europeo a New York»

New York non è solo il nuovo epicentro del lavoro di Raf Simons. Lo stilista, sotto i riflettori stasera (1 febbraio) nella Grande Mela con la collezione che porta il suo nome, ha trasferito qui la residenza e cambiato le proprie abitudini. In un'intervista parla della sua vita di europeo trapiantato a NY City, delle sfide che lo attendono, della rivoluzione in atto nella moda.

 

In un lungo botta e risposta con Noah Johnson di GQ Magazine, il designer - di scena nella capitale dell'East Coast anche il 10 febbraio, con il suo primo show come direttore creativo di Calvin Klein - spazia a ruota libera tra diversi argomenti, a partire dalla duplicità che caratterizza ora più che mai il suo percorso professionale e di vita.

 

Simons anticipa che, in modo diverso, entrambe le collezioni - la sua e quella per il brand americano -  sintetizzano e amalgamano gli influssi del dna europeo e dal nuovo corso, con contenuti più legati alle radici in un caso e più "americani" nell'altro.

 

Del resto, il percorso del designer è scandito da «Jil-Raf. Dior-Raf. E ora Calvin-Raf. Dicotomie per me estremamente interessanti». «Penso che tutto questo mi tenga sempre "acceso" - aggiunge -. Restare imbrigliati negli stessi ambienti e nelle stesse procedure fa diventare pigri».

 

Simons riflette anche sui grandi cambiamenti in atto nella moda, «che non appartiene più al piccolo ambiente borghese, in altri termini non è più destinata a un'elite».

 

«Oggi - riflette - molte cose vengono definite come 'high fashion', ma non lo sono affatto. Sono semplicemente dei vestiti, che sfilano in passerella con un piccolo twist in più a livello di styling e di colori».

 

Secondo lo stilista, la borghesia pensa tuttora che la moda sia solo affare suo e disprezza i giovani, che invece sono il motore di una grande trasformazione in atto: «Come possiamo noi fashion designer affrontare tutto ciò? Questa è la grande domanda a cui dobbiamo dare una risposta».

 

Ma ci sono altri interrogativi pressanti: per esempio, nell'era di Trump la moda più diventare una forma di protesta o resistenza? «Sì - annuisce Simons - ma non ha un peso specifico maggiore rispetto a una persona che prende posizione o alza la voce per dire la sua. Dove c'è moda, in pratica, non c'è più resistenza che in altri ambiti».

 

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