INDISCREZIONI

L’ultima sul parallelo: un top brand avrebbe buttato sul mercato merce per 30 milioni di euro

Ormai nel mercato del parallelo non solo si gioca al ribasso, ma tutto può succedere. Anche che un top brand italiano abbia immesso sul mercato a inizio stagione 30 milioni di euro di prodotti per fare cassa, cedendoli a cinque multimarca e facendo rimanere gli altri a bocca asciutta. Questa è l’ultima indiscrezione dal mondo del grey market: per saperne di più l’inchiesta di Fashion.

 

Tra i negozianti coinvolti in questo business non si parla d’altro (a parte la nuova strategia di “oscuramento” messa in atto da Farfetch.com, vedi news di ieri, 4 ottobre). 

 

Dal  tam tam dei negozianti arriva notizia  che un top brand italiano, per evidente necessità di monetizzare, avrebbe ceduto 30 milioni di euro delle collezioni uomo e donna in corso al prezzo  sell in meno il 10%  a cinque insegne italiane che, a loro volta, avrebbero venduto la merce ai compratori del parallelo a un prezzo stracciato.

 

Così facendo avrebbero bruciato il mercato a tutti gli altri negozianti, che avevano acquistato abbigliamento e accessori di questa griffe con l’intento di smaltirli tramite il “grey” e che adesso non saprebbero più cosa fare di questa merce.

 

Si tratterebbe solo dell’ultimo episodio eclatante di questo mercato alternativo, di fatto lo specchio dei tempi difficili in cui versano il fashion system e in particolar modo il sistema distributivo, sempre più a rischio d’implosione.

 

La recente inchiesta di Fashion sul parallelo, pubblicata sul numero 13 e sullo sfogliabile nel nostro sito Fashionmagazine.it, descrive le dinamiche più recenti di un business diffuso in tutto il mondo, il cui valore in Italia è stimato dal nostro giornale in circa 2 miliardi di euro.

 

Attualmente la Cina che assorbe la maggior parte del grey market sta rallentando. Il “programmato” (ovvero il parallelo ordinato con la tempistica delle collezioni) frena, mentre il daigou (che fa parte del “pronto”, perché si acquista in corso di stagione) si organizza per strappare prezzi migliori. L’online cresce. Ma aumentano i controlli, soprattutto da parte del governo della Repubblica Popolare.

 

A dimostrazione di quanto questo business alletti tutti, secondo quanto raccontano alcuni buyer un noto department store italiano avrebbe creato un’area dedicata ai cinesi che effettuano il daigou.

 

In questo luogo riservato, gli operatori del daigou confezionerebbero i loro pacchi per spedirli direttamente a Hong Kong (il centro mondiale per lo smistamento del parallelo), ottenendo così ciò che in gergo viene chiamato “detax” e che in pratica è l’esenzione dell’Iva del 22%. L’alternativa è portare via personalmente la merce, beneficiando del taxfree, che rimborsa però alla fine solo il 13%.

 

Non è una novità che i cinesi del daigou, quando comprano nei multimarca, chiedano questo tipo di servizio di spedizione, ma è sintomatico che pure un department store si sia strutturato, a quanto pare, in questo modo.

 

Tra l’altro sembra che anche i brand nei loro monomarca stiano utilizzando l’escamotage del detax quando vogliono smerciare più prodotti – e quindi  invogliare all’acquisto -, mentre imporrebbero il taxfree se, al contrario, desiderano contingentare determinati articoli.

 

Facendo i conti in tasca, il cinese di turno del daigou - che guadagna circa 10mila euro al mese - acquista la merce con uno sconto dal 10% al 20% sul prezzo sell out (queste sono mediamente le tariffe), a cui sottrae il 22% del detax, pari a una riduzione complessiva tra il 30% e il 40%, se non oltre. Il prezzo finale diventa ancor più vantaggioso, quando lo si paragona ai listini cinesi, più elevati almeno del 30-35% rispetto a quelli europei.

 

L’altra voce che circola in questo periodo è che i buyer del daigou, invece di farsi concorrenza come in passato, abbiano creato una community italiana, dove si scambiano immagini di prodotto e informazioni, in modo da fare fronte comune e ottenere sconti maggiori.

 

In Cina il mercato della moda deve fare i conti con l’ultimo giro di vite dato lo scorso aprile dal governo ai controlli doganali e ai dazi anche su prodotti acquistati online, con l’impossibilità di prevedere quali potranno essere le prossime mosse del presidente Xi Jinpingriguardo alla lotta alla corruzione e al lusso.

 

Tutto ciò sta colpendo in special modo il “programmato”, ovvero l’altra faccia del grey market. «Non è un momento facile - conferma un negoziante -. La contrazione è tangibile, anche perché esiste molta concorrenza da parte dei retailer degli altri Paesi europei».

 

Quando si tratta del programmato, i prezzi scendono in modo vertiginoso: non si parla più del prezzo sell out meno il 10%-20% come nel pronto/daigou, bensì del prezzo di costo più (se va bene) il 20%. Ma dato che il gioco al ribasso è forte, soprattutto in momenti come questi, si può arrivare a uno “stracciato” prezzo sell in più il 5%.

 

Nella foto, il grafico con le borse più vendute nel parallelo in questo autunno-inverno (l'immagine è di Gucci).

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