In Italia

I nostri sondaggi: le vendite bimbo in difficoltà. Manca un gioco di squadra

Una stagione da dimenticare per le vendite di moda bimbo in Italia. È quanto emerge dal sondaggio di Fashion effettuato con la collaborazione di una quarantina di multimarca al top sparsi nella Penisola. La crisi economica colpisce, e in modo pesante, anche un segmento dell’abbigliamento tradizionalmente privilegiato all’interno del budget famigliare.

 

Alle prime avvisaglie di difficoltà i papà stringono i cordoni della borsa, poi  seguono le mamme e, solo in ultimo, i genitori  tagliano, riducendo all’indispensabile gli acquisti di vestiario e accessori per i figli. È quello che, dopo anni di contrazione della capacità di spesa degli italiani, sta accadendo ormai da tempo nel nostro Paese. 

 

Ma ora è in atto anche un cambiamento strutturale nell’attitudine all’acquisto del childrenswear, che riguarda pure chi di fatto non ha problemi economici. Come per l’adulto, si tende sempre più spesso a chiudere un occhio su qualità e made in Italy, a favore di capi “usa e getta”, acquistati a buon prezzo nelle tante catene italiane ed estere della fast fashion.

 

«Il  mutamento è epocale - dichiara Angela Frisone di Baby Dressa Bari -. In 50 anni di attività siamo passati attraverso varie crisi, ma questa è diversa: anche chi è ricco non spende più». Non si investe nemmeno per la cerimonia che, in special modo al Sud, è sempre stata un’occasione di shopping imprescindibile: «Anche per la comunione - aggiunge Frisone - con la scusa che i bambini poi giocano a calcio, i genitori vestono i maschietti con pantaloncini e maglietta».

 

Questo autunno-inverno, inoltre, il caldo prolungato fino a  metà dicembre non ha certo facilitato la vendita dei capispalla più pesanti (e più costosi) in corso di stagione.

 

Anche perché i saldi anticipati al 3 gennaio - spesso preceduti già a dicembre, se non prima, da vendite scontate sottobanco -  hanno di fatto dissuaso i bendisposti allo shopping natalizio a comprare a prezzo pieno. Infine, la mancanza dei russi si è fatta sentire anche nel business di moda infantile, penalizzando principalmente le boutique presenti nelle città  e località turistiche e di transito internazionale.

 

La situazione fotografata dal nostro sondaggio non dà adito a facili ottimismi. Il 63% dei negozianti intervistati lamenta di aver venduto meno abbigliamento infantile rispetto all’autunno-inverno 2013-2014 (alcuni addirittura parlano di un calo del 50%), il 32% dichiara un sell out in linea con quello dello scorso anno e solo un 5% vanta un incremento del giro d’affari.

 

Leggermente migliore la performance sul fronte accessori, rispettivamente del 45%,47% e 8%. Un risultato comunque di poco aiuto: questa merceologia incide infatti marginalmente sul fatturato dei negozi di childrenswear, anche perché come sottolinea qualche commerciante: «Purtroppo spesso cappellini, borsette e fermacapelli vengono chiesti in omaggio».

 

A fronte di questi dati non può stupire che solo il 2% degli interpellati dichiari di voler aumentare il budget per il prossimo autunno-inverno. Il 53% manterrà gli stessi ordini dello scorso anno e il 45% li ridurrà, lasciando anche un po’ di spazio per l’acquisto di pronto moda.

 

L’articolo completo è pubblicato sul numero 2 di Fashion in distribuzione in questi giorni, anche a Pitti Bimbo: nella foto una vetrina del multimarca Arredo Baby a Fidenza (Pr).

 

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