Nuovi canali di vendita

Le inchieste di Fashion: il parallelo si fa, ma non si dice

Ormai le vendite non ufficiali, ovvero da negoziante a negoziante, hanno raggiunto volumi tali da non poter più essere ignorate. Il parallelo si fa sul pronto, sul programmato e online. E molte aziende, che a volte lo praticano direttamente, da un lato lo vietano e dall’altro lo consentono. Ma le regole del gioco stanno cambiando.

 

 È l’altra faccia del business della moda. Quella più nascosta. Di cui tutti sanno, ma di cui nessuno vuole parlare. Anche perché contravviene all’esclusiva di zona, che da sempre regola i rapporti tra aziende e wholesale. Adesso però il parallelo, chiamato anche gray market o daigou channel (riferito alla Cina), o ancora più modernamente B2B, ha raggiunto volumi tali da non poter essere più ignorato.

 

Quantificare il parallelo non è facile, perché mancano dati ufficiali. In Italia, tra i Paesi più attivi, Fashion stima che il suo giro d’affari complessivo, considerando le tre formule di “pronto”, di “programmato” e la variante online - con circa un centinaio di multimarca dell’alto di gamma coinvolti in vario modo - arrivi a due miliardi di euro, senza contare il “gray” gestito direttamente dalle aziende (nel 2014, secondo l’Osservatorio Altagamma, i consumi mondiali dei beni personali di lusso hanno raggiunto i 224 miliardi di euro).

 

Secondo la società di consulenza Bain&Co.nel 2014 il daigou ha rappresentato il 15% del totale spending cinese del lusso di circa 65 miliardi di euro, pari a un valore  di poco meno di 10 miliardi di euro (di cui circa la metà riguarda il beauty). Un dato che però sottostima il giro d’affari complessivo del parallelo cinese riguardo al fashion - probabilmente quasi il doppio - perché considera solo gli acquisti effettuati al di fuori della Cina, prevalentemente nei negozi europei e di Hong Kong.

 

Con questi numeri il gray market è diventato a tutti gli effetti un canale di vendita, posizionato tra reale e virtuale in una sorta di interregno, che può regalare buone, se non ottime, soddisfazioni a chi lo pratica. «Se realizzato in grandi quantità può rendere anche il 7-8% del capitale investito - dichiara un dettagliante che preferisce restare anonimo (come tutti gli altri interpellati) - e pertanto attira partner importanti anche al di fuori del settore».

 

«Il parallelo ha acquisito tre diverse connotazioni - spiega un addetto ai lavori di lunga esperienza - quella del  “pronto” (o microparallelo), del “programmato” e dell’online». Il pronto, è il parallelo più tradizionale, che  avviene in corso di stagione: è fortemente sostenuto dai cinesi,  più o meno  legati alle daigou agency.

 

Nel programmato la concorrenza è spietata: ormai si vendono i prodotti al prezzo di costo più il 10% - c’è chi per incassare di più paga le aziende al momento dell’ordine, ottenendo così uno sconto - e pertanto i guadagni si fanno solo sui grandi numeri.

 

 La corsa è talmente al ribasso, che anche le aziende stanno prendendo dei provvedimenti, affinché la merce non perda d’immagine e d’esclusività. Di recente un noto brand italiano (ma non è il solo) ha creato una sorta di gruppo d’acquisto con cinque multimarca, per regolamentare il parallelo, riducendo del 70% gli ordini di tutti gli altri e aumentando di conseguenza i loro. Ai prescelti è però stato imposto un listino maggiorato del 15-20%, per obbligarli a non svendere i prodotti.

 

Il parallelo  ha trovato anche la strada dell’online, non necessariamente attraverso l’e-commerce: da quando i magazzini dei multimarca  sono stati digitalizzati, i partner esteri possono accedervi con una semplice password e attingere direttamente alle loro scorte.

 

L’articolo completo è pubblicato sul numero 9 di Fashion in distribuzione a Pitti Uomo e Milano Moda Uomo oppure è disponibile nello sfogliabile online sul sito www.fashionmagazine.it.a pagina 12.

 

 

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