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Con la Fondazione Armani scommette sulla continuità. E pensa a Milano

Mentre Giorgio Armani si prepara per le sfilate a Milano e a Parigi, la recente nascita della Fondazione, con cui lo stilista ha sciolto i nodi relativi alla sua successione, è oggetto di approfondimenti e riflessioni. Garantire la realizzazione di un fine sociale e tutelare la continuità, preservando il patrimonio: questi i capisaldi.

 

Come ricorda Maria Silvia Sacchi su Corriereconomia, non avendo un coniuge né dei figli, lo stilista piacentino non può contare su eredi diretti. I suoi tre nipoti - Silvana e Roberta, figlie del fratello Sergio, scomparso diversi anni fa, e Andrea Camerana, figlio della sorella Rosanna - siedono in consiglio di amministrazione. Ma lo stilista ha escluso di poter lasciare alla famiglia un peso rilevante come la gestione diretta del gruppo. Un polo da 2,6 miliardi di fatturato, il cui fondatore, secondo le stime di Forbes, ha un patrimonio di 6,1 miliardi di euro.

 

«Al pari dei trust - spiega nell'articolo Nicola Garelli, principal di Boston Consulting Group - le fondazioni, pur essendo modelli diversi per le finalità di base e perché riferiscono a legislazioni diverse, separano il patrimonio in modo netto.

 

«Ma la fondazione - spiega - introdotta agli inizi degli anni Novanta, prevede una utilità sociale di base e un intervento dello Stato nel caso di comportamenti contrari alle disposizioni costitutive».

 

Una scelta che esclude in toto l'ipotesi di cedere il gruppo, che mira a garantire una continuità, in base ai principi di chi ha costruito l'azienda. Principi che da sempre vedono il creatore piacentino impegnato in progetti di pubblica utilità a favore di Milano.

 

La Fondazione, inoltre, si legge ancora su Corriereconomia, permette di ridurre il rischio, consente una buona autonomia del management, una gestione trasparente e una richiesta di flussi costanti per il suo funzionamento. «Penso per esempio all'idea di avere collezioni permanenti in Paesi del mondo. Molto dipende da come è definita la destinazione dei dividenti», conclude Garelli.

 

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