Riassetti

Cavalli: «Non finisce qui. Avrei voglia di ricominciare»

Dopo l'annuncio del piano di ristrutturazione della Roberto Cavalli e dell'uscita del chief designer Peter Dundas, il fondatore che dà il nome alla griffe, nonché socio di minoranza, dice: «Non finisce qui. Avrei una voglia matta di ricominciare a creare».

 

Intervistato dall'agenzia Ansa, Cavalli ha anche dichiarato: «Io non posso entrare nel merito dell'operazione, ma dico che a me Peter Dundas non piaceva. Attorno vedo solo una moda passata, vecchia, compresa quella fatta da stilisti che stimavo. E questo va combattuto, anche se oggi sono stanco. Sarà la vicinanza della mia nuova compagna - da Eva ho divorziato da un mese - ma ho ricominciato a guardare la moda con interesse e vorrei tornare con cose eclatanti, speciali».

 

Intanto ieri il nuovo ceo della maison fiorentina Gian Giacomo Ferraris (l'ex Versace nominato dal fondo Clessidra, che controlla il 90% del capitale) ha rivelato il piano di riassetto dell'azienda per riportarla all'utile operativo nel 2018. Nei piani c'è il taglio di circa un terzo degli addetti e la chiusura degli uffici milanesi, con la centralizzazione dell'attività a Firenze, oltre alla razionalizzazione della produzione, della logistica e della rete retail.

 

Per quanto riguarda la fine della collaborazione con il direttore creativo Peter Dundas, al momento - precisa oggi Ferraris sulla carta stampata - nessuna nomina è prevista al vertice del team stilistico, che continuerà a disegnare le collezioni, come già avvenuto con la prossima pre-fall.

 

La Roberto Cavalli ha chiuso il 2015 con ricavi pari a 179,7 milioni di euro, in calo del 14,2% rispetto al 2014. L’ebitda consolidato è stato di -1,6 milioni di euro (normalizzato dai costi della riorganizzazione avviata nel 2015), mentre l’utile ha raggiunto i 32,7 milioni di euro (dalla perdita di 9,7 milioni del 2014), beneficando della plusvalenza generata dalla cessione di un immobile a Parigi.

 

Al suo arrivo, pare che Ferraris abbia trovato una situazione in cui i costi operativi sono cresciuti del 30% in quattro anni, alimentati anche dalla presenza del doppio quartier generale e da nuovi opening di dimensioni inadeguate rispetto alle condizioni di mercato.

 

«Quando un fashion brand riduce la sua dimensione negli anni e vede diminuire significativamente la propria profittabilità, occorre assolutamente intervenire sul fronte dei costi - dichiara Mario Ortelli, di Sanford C.Bernstein a Business of Fashion -. Stanno rifocalizzando il marchio sul core business e il taglio dei costi aumenterà i profitti. Il ritorno a Firenze porta l'attività alle origini e può aiutare il team creativo a rilanciare la label facendo leva sulle specificità core, in modo che facciano breccia sul consumatore contemporaneo».

 

«Ferraris è stato molto efficace nel riorganizzare Versace - commenta Luca Solca di Exane BNP Paribas -. Direi che le sue chance di successo vanno oltre il 50%».

 

La Roberto Cavalli, come altre maison, si trova a fare i conti con un mercato del lusso intorpidito. Nel 2015 il segmento dei personal luxury goods è salito solo dell'1% a 253 miliardi di euro, secondo le stime della società di consulenza Bain & Company.

 

In un recente report, gli analisti di Goldman Sachs hanno previsto che nel 2017 la domanda di beni di lusso resterà invariata o, al più, aumenterà dell'1% rispetto al 2016.

 

«La realtà dei fatti è che il mercato del lusso sta crescendo a un tasso "low single digits" - sottolinea Ortelli -. Se non sei un marchio super-cool, inevitabilmente perdi quote di mercato in condizioni così competitive».

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