STRATEGIE

Più donna, Asia e retail nel futuro di Allegri

Mario Mansi - una lunga carriera iniziata in Ferrero, proseguita in Fila Sport, GFT, Simint, Cerruti e Aeffe - è il nuovo general manager di Polaris che detiene il brand Allegri: a lui la coreana LG Fashion ha affidato il rilancio del marchio e dell’azienda di Vinci, acquisiti a fine 2011.

 

Quali sono gli obiettivi del suo mandato?

LG Fashion è un importante investitore industriale di lungo periodo quindi non punta a operazioni di ritorno immediato ma a valorizzare gli asset aziendali, ovvero le competenze delle persone della sede di Vinci nell’area del prodotto, dei materiali - il payoff “The architect of fabrics” è centratissimo -, della modellistica e della prototipia e le collaborazioni con grandi stilisti, in primis Giorgio Armani. Quello delle partnership è un business che vogliamo far crescere ulteriormente, puntando a rafforzarle e ad aumentarle e offrendo la nostra esperienza produttiva per accordi di licenza.

 

Quali saranno le linee guida per il riposizionamento del brand Allegri?

Innanzitutto rispetto per il marchio, per riportarlo a essere una proposta contemporanea, puntando sulla leggerezza e sul tema del viaggio e del movimento, in una logica sia urbana che extraurbana, e con grande attenzione alla donna, che oggi rappresenta il 35-40% del fatturato e in prospettiva deve arrivare al 50%.

 

Sono in vista opening di negozi?

Sì ma non in maniera massiccia: puntiamo a torri di avvistamento che propaghino il messaggio del brand. A Milano stiamo valutando corso Venezia e via Spiga e all’estero partiremo dal Far East, sfruttando le competenze del nostro azionista: nei prossimi 12 mesi sono in programma quattro aperture free-standing in Corea per poi proseguire con shop-in-shop. Stessa tabella di marcia per la Cina.

 

Queste operazioni cambieranno la composizione del fatturato?

Oggi l’Italia rappresenta il 40% del turnover, L’Europa (ex-Urss compresa) un altro 40% e gli Stati Uniti il 20%. In Giappone abbiamo un licenziatario importante che è intenzionato ad aumentare la quota di prodotto made in Italy. Alla luce di tutto questo, in un quadro di crescita complessiva di tutte le attività dall’azienda, dovremmo arrivare a un 30% Italia, 40% tra Europa e Usa e un 30% in Asia.

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