A Wsm Fashion Reboot

Camera Buyer Italia indaga su sostenibilità e metodiche di buying all'estero

Il Fashion Pact parte da concetti nobili ma come muoversi in concreto? Se ne è parlato a Wsm Fashion Reboot, nel corso di un talk organizzato da Cbi-Camera Buyer Italia.

La seconda roundtable del salone della moda responsabile, dal titolo Buyers eco direction, ha preso spunto dal Fashion Pact siglato nel settembre 2019 a Parigi da 32 aziende del tessile-moda (poi salite a quasi una sessantina) che si sono impegnate a raggiungere insieme obiettivi sul clima, sulla biodiversità e sugli oceani.

«Tutto nobilissimo ma molto astratto per chi fa il nostro mestiere», ha osservato Francesco Tombolini, presidente di Camera Buyer, che accorpa circa 500 titolari di multimarca di moda italiani. «Di certo la trasparenza generale serve», ha aggiunto.

Il talk moderato dal giornalista e direttore della testata ManintownFederico Poletti, ha permesso di farsi un’idea di cosa sta succedendo all’estero. Per esempio, in un mercato come quello tedesco - evoluto per offerta e numero di eventi dedicati al sustainable fashion - si scopre che c’è ancora della strada da fare.

Lo attestano una serie di dati forniti da Tobias Bayer, giornalista di TextilWirtschaft (del gruppo editoriale tedesco Dfv, come Fashion e fashionmagazine.it). Da un campione di 290 retailer indipendenti, la maggior parte ha dichiarato di attribuire alla sostenibilità un’importanza pari a 5, su una scala che va da 1 a 10. Il 60% di loro dice di avere in assortimento proposte che possono definirsi sostenibili e questo genere di articoli genera, in media, il 20% delle vendite. Solo il 12% degli store ha un esperto in materia, che studia le tematiche inerenti e le certificazioni. Quanto ai clienti, solo il 35% fa domande sulla sostenibilità. «Per loro il prezzo resta un argomento importante - ha spiegato Bayer -. Non a caso Hugo Boss è arrivato a proporre un completo maschile a 399 euro. Se invece si tratta dell’acquisto di un’auto, i consumatori tedeschi sono più sensibili al tema green». Relativamente ai marchi della moda, vedono la sostenibilità come un’opportunità di comunicazione. «Questo può andare a vantaggio dell’alto della filiera italiana - ha osservato il giornalista -. In tal senso l’uso di standard comuni potrebbe aiutare. Non va trascurato, infatti, che solo il 3% dell’industria della moda tedesca è dotata di un head del Corporate Social Responsibility management».

Se ci si sposta in Russia, c’è un reale interesse alla moda responsabile da parte di buyer e consumatori ma ci sono degli scogli da superare. «I buyer preferiscono comprare senza budget imposti, per non avere rimanenze di magazzino, mentre i marchi impongono dei quantitativi minimi» ha raccontato Elena Bugranova, presidente dei buyer russi. «Bisognerebbe organizzare delle showroom specializzate nella moda green», ha aggiunto.

A spiegare la questione dei minimi è intervenuta Lucia Restelli, fashion curator e wholesale ambassador della showroom londinese Rainbowwave: «Applicarli a un ordine è necessario, per garantire ai designer che i fornitori pratichino loro dei prezzi accessibili: è un circolo vizioso». Dalla case history di Rainbowwave si scopre che la showroom ha sempre lavorato con marchi sostenibili per via dell’estetica e che il mercato giapponese è uno dei più leali. «Sono molto attenti alla componente artigianale - ha spiegato Restelli -  comprano solo prodotti di cui conoscono al meglio il consumatore e mai in grandi quantitativi, perché non vogliono che vadano in saldo». A suo parere, ci sarà più interesse al fashion sostenibile se avverrà un cambio culturale.

Riccardo Grassi, titolare dell’omonima showroom milanese, auspica che in futuro non si debba più fare un distinguo fra moda sostenibile e non. «Serviranno forse tre, quattro, cinque anni ma è possibile e con poco». La sensazione è che il settore stia replicando gli step dell’alimentare bio e che la sostenibilità sia più percepita dal consumatore finale che dal buyer, il quale di solito compra ciò che pensa possa attrarre «l’occhio del cliente». «I tessutai sono quelli che si sono dati più da fare - ha dichiarato -. La sfida è realizzare proposte belle in tessuti sostenibili». Ma secondo Grassi c’è una priorità: «Bisogna rispettare chi lavora: è più sostenibile preoccuparsi di un chilo di plastica o di un essere umano?».

Anche nella finanza pensano che l'iter da percorrere sia ancora lungo e per ora non si può far altro che vedere come evolve il fenomeno. «Le aziende dovranno investire maggiormente nella produzione e negli approvvigionamenti, perché più si avvalgono di terzisti, meno hanno il controllo della filiera» ha affermato Luca Solca, analista di Bernstein. «Oggi tutti dicono che la sostenibilità è fantastica - ha proseguito -. Tuttavia, al di là della narrazione delle aziende, gli investitori chiedono di andare più nel dettaglio e di dimostrare quanto il loro modo di procedere è diverso da quello degli altri e che garanzie danno al consumatore».

Resta il problema del mare magnum delle certificazioni e anche di una certa superficialità nell’approccio al business responsabile. «Basti pensare - ha concluso Solca - che nelle aziende quotate chi si occupa dei criteri Esg (Environmental, social and governance, basi per giudicare la sostenibilità degli investimenti, nel settore finanziario, ndr) viene di solito dalle PR». 

e.f.
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